Affinati e la letteratura delle cicatrici

«Ricordo la gentilezza del giovane impiegato alla stazione ferroviaria il quale, nel consegnarmi la prenotazione per Nagasaki, mi ha sorretto le mani, come se avesse intuito che sono qui per conoscere lui: se davvero ci riuscissi, se arrivassi a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei capito anche il senso della letteratura. Ecco perché credo siano proprio loro i miei compagni segreti». Si conclude così il capitolo sulle città atomiche con il quale Eraldo Affinati apre Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, pagg. 376, euro 18,50), raccolta di articoli usciti in gran parte sulle pagine del Giornale.
Il passo riportato è emblematico ma anche molto rischioso, perché bifronte: si potrebbe infatti intenderlo come se volesse fare della storia uno strumento, quasi un mezzo di trasporto, con il quale raggiungere le terre utopiche della letteratura. E invece - chiunque conosca Affinati non ne ha mai dubitato - bisogna leggerlo in tutt’altro senso. Il ragazzo di Nagasaki e l’autoritratto che lo segue («Io sono l’uomo delle cicatrici») avrebbero dovuto mettere sull’avviso e indirizzare verso una seconda interpretazione: il processo con il quale gli uomini guariscono dalle ferite inferte dalla storia e quello posto alla base del narrare sono lo stesso processo. L’immagine cara agli Stoici della cicatrice allude sia alla ferita curata, sia alle tracce con cui lo scrittore impone un ordine alla brutalità del mondo. La cicatrice simboleggia dunque il traguardo comune collocato al termine di atti apparentati: il superamento dei danni creati dalle guerre e la causa giudiziaria che ogni uomo (il letterato in divisa, gli altri in borghese) intenta contro la rovinosa stupidità della materia.
Questa tesi di partenza, sempre fruttuosa, è in questo caso indispensabile perché costringe l’epico e il lirico, le due formule stilistiche con cui gioca l’autore, prima a convergere, e poi a librarsi ad una altezza «utile» alle sue ricognizioni. Non è facile riuscire nell’impresa: epico e lirico sono generi che di norma, quando si toccano, generano una poesia al quadrato, stridula e inautentica. Invece, che si tratti di raccontare l’assedio di Stalingrado o il monumento ai caduti di Hiroshima, che si tratti di onorare la tomba di Hemingway o la tenuta di Tolstoj, i reportages di Compagni segreti suggeriscono che il reale sia appunto il luogo dell’indiscernibilità, o almeno di una compiuta risonanza, di storia e poesia. Non a caso la struttura del volume è contrappuntistica: i temi e le atmosfere di un lungo capitolo prettamente storico sono via via raggiunti dalle sequenze degli articoli più brevi, dedicati agli scrittori.
Da ciò deriva il senso di lievitazione, di terra vista dalla luna, di ritrovata vastità del mondo che si prova nel leggere le pagine di Affinati. I cui viaggi sono memorabili anche perché fatti in compagnia di guide qualificate, scelte con l’accuratezza di chi non solo padroneggia la letteratura recente, ma è in grado di ricondurre con sicurezza i suoi personaggi ai loro prototipi otto-novecenteschi. Ma, ancora una volta, non basta ripetersi che la miopia del compulsatore di bouquins veda più lontano degli occhi di falco dei cecchini, o dei satelliti spia; bisogna fare un passo avanti, e dire che la gente che passeggia in una piazza in un giorno di festa è ad un tempo la fonte di ispirazione dello scrittore e il suo prodotto finale.