Per affittare gli uffici dei deputati la Camera brucia 46 milioni l’anno

Dopo aver buttato in affitti almeno 300 milioni (ma c’è chi dice che sono 450), girando soldi dei contribuenti a un palazzinaro vicino alla Quercia, la Camera sembra aver deciso un po’ tardivamente di cambiare strada. Basta ai costosi contratti, meglio chiedere al Demanio di trovare qualche palazzo vicino a Montecitorio. L’iniziativa non è del presidente della Camera Gianfranco Fini, alle prese con altri problemi, altre case e altri affitti, ma dei questori della Camera dei deputati Francesco Colucci, Antonio Mazzocchi e Gabriele Albonetti, e solo dopo l’ennesimo sollecito datato martedì 3 agosto del parlamentare Pdl Amedeo Laboccetta.
La pietra dello scandalo è il monumentale complesso denominato palazzo Marini 1, 2, 3 e 4: un complesso di edifici nel cuore di Roma tra via del Tritone e piazza San Silvestro, occupati prevalentemente dagli uffici dei parlamentari. «Bisogna sostituire progressivamente i palazzi Marini con edifici nella diretta disponibilità della Camera», è la richiesta avanzata a Fini, con una rescissione progressiva dei contratti d’affitto. Peccato che alcuni siano in scadenza nientemeno che nel 2018. In cambio verrà chiesto al Demanio di proporre a Montecitorio una serie di immobili da acquistare nelle vicinanze della Camera dei deputati, «anche con oneri a carico del bilancio interno della Camera».
La proposta, complice la pausa estiva, sarà esaminata dall’ufficio di presidenza della Camera solo a settembre. Intanto l’affitto va pagato. Ma a chi? A Sergio Scarpellini, patron della holding del mattone Milano 90 srl che a metà degli anni Novanta non navigava in buone acque (88 miliardi di lire di debiti a fine ’95). A salvare baracca e burattini fu l’insperato aiuto dell’allora presidente Pds della Camera Luciano Violante, che dalla primavera del 1997 iniziò a stipulare una serie di contratti di locazione. Il primo riguardava una porzione del fabbricato compreso tra Via del Tritone, Via del Pozzetto e Piazza San Claudio. Un milione di lire al metro quadrato con conseguenti quotazioni immobiliari schizzate ai massimi nel Centro storico. Poi, fino al ’99, altri contratti, tanto che alla fine di quell’anno la holding di Scarpellini chiuse con un utile di 11,056 miliardi di lire.
Il giochino, dieci anni fa, venne denunciato da due deputati di An: la holding acquistava immobili tramite mutui per conto della Camera, li ristrutturava e li affittava a Montecitorio (9 anni più altri 9). A marzo 2010 la voce annua è di 46.534.480 euro. Soldi che in parte venivano legalmente girati ai Ds, di cui Scarpellini per anni è stato uno dei più munifici finanziatori. Sul groppone della Camera pendono oggi contratti d’affitto da sceicchi: 8,675 milioni l’anno per palazzo Marini 1, più altri 4 milioni scarsi per «servizi», scadenza 30 aprile 2015; 7,875 per palazzo Marini 2 (da aggiungere ai 3,9 milioni per «servizi»), scadenza 31 ottobre 2016; altri 7,5 per palazzo Marini 3 e altri 10,7 per palazzo Marini 4, servizi compresi, da pagare rispettivamente fino al 13 giugno 2017 e al 17 febbraio 2018. Alla Milano 90 srl fanno capo anche le forniture dei servizi di ristorazione di due mense.
I canoni d’affitto sono consistenti anche stando ai folli prezzi del mercato immobiliare: per fare due conti basta leggere la missiva scritta da Amedeo Laboccetta che ha di fatto costretto la Camera a innescare la retromarcia. «Si tratta di 12mila metri quadrati complessivi. Pur volendo attribuire un costo d’acquisto monstre (15mila euro al mq, ma 12mila sarebbe già tantissimo, ndr) si arriva a un valore complessivo di mercato tra i 150 e i 180 milioni di euro. Molto meno di quanto si è speso fino a oggi per l’affitto (tra i 300 e i 450 milioni, appunto), e senza diventarne proprietari. Con una ipotetica rata di mutuo di 10 milioni l’anno, per 25 anni, quei palazzi sarebbero potuti essere di proprietà pubblica». Invece ne sono stati spesi più del triplo, a vuoto. E Scarpellini ringrazia...
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