«Affittopoli? Colpa dell’equo canone Ce ne libereremo solo tra vent’anni»

L’operazione trasparenza è un primo passo, ma per smantellare il meccanismo di Affittopoli ci vorranno anni, almeno una ventina. Parola di Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia. Il rappresentante dei proprietari edili scorre gli elenchi degli affitti di favore: quelli del Comune, del Policlinico e del Pio Albergo Trivulzio. E scuote la testa. «Tutta questa situazione - sentenzia amareggiato - è una diretta eredità della legge dell’equo canone, che rimase in vigore per quindici anni, dal 1978 al 1993, e delle leggi vincolistiche precedenti». Molti dei contratti di affitto risalgono proprio a quegli anni in cui l’equo canone «sballò» i normali criteri di affitto.
E così si è incancrenita anche l’abitudine di concedere appartamenti con vista Duomo, super attici in centro e loft a un passo dal Castello Sforzesco a canoni mensili assolutamente anacronistici. Fuori mercato. Già, perché pagare 300 euro al mese per una casa in affitto nelle viuzze storiche del centro significa risparmiare almeno quattro volte rispetto ai prezzi normali. E Clerici, che conosce nel dettaglio il valore di un metro quadrato in centro, semicentro e periferia, non può che contestare il meccanismo, giudicandolo del tutto «iniquo». «È così - spiega - che si sono create delle nicchie di privilegiati».
Il presidente di Assoedilizia ripercorre le tappe del passato: «Quando subentrarono i patti in deroga prima e l’attuale legge sui contratti liberi ed agevolati nel 1994 - spiega -, i proprietari privati impiegarono anni e fatica per riportare gradatamente i contratti in corso a un livello economico più prossimo a quello di mercato: ed ancora oggi molti non ci sono ancora pienamente riusciti. Figuriamoci gli enti pubblici e parapubblici». In sostanza, anche tanti immobili di società private hanno appartamenti da mille e una notte affittati a prezzi stracciati. E ovviamente gli inquilini si tengono ben stretto il loro contratto, organizzandosi in «lobby» che battagliano da anni con i proprietari per non rinunciare al privilegio dell’attico low cost.
La riflessione quindi va ampliata: «Bisogna considerare un aspetto di non scarso rilievo - sprona Colombo Clerici - e cioè la modalità con la quale nel nostro paese si pratica il trattamento agevolativo verso le istituzioni private che pur svolgono, in via di sussidiarietà, attività di interesse collettivo e a carattere non lucrativo. Si dice: queste istituzioni vanno sostenute. La modalità più seguita è quella di mettere in atto esenzioni fiscali e abbuoni diretti di spese, corrispettivi ed oneri dovuti agli enti pubblici». E tra questi vantaggi rientrano anche i canoni di affitto di favore. Un vizio da correggere, al più presto.
Da Assolombarda arriva una proposta: «Sarebbe più corretto che gli enti pubblici intrattenessero con le istituzioni rapporti commerciali ordinari, sulla base di criteri di mercato e poi intervenissero direttamente con contribuzioni che risultassero nei bilanci».