Affittopoli: ecco casa Fracci L’oasi di lusso low cost

Per 187 metri quadrati in via dela Spiga paga 4.300 euro
al mese. Lei si difende: "Il prezzo è adeguato, se mi sfrattano dovrò
chiedere aiuto"

Milano - Più che una strada è una cartolina. Basta una fioriera sistemata come una sbarra e, voilà, si dimentica subito il traffico convulso di via Manzoni con le auto in seconda fila. Siamo nell’isola pedonale di via della Spiga, il tabernacolo di una Milano discreta, dai solidi palazzi piantati nei secoli, e però passerella permanente per il pubblico internazionale. Le vetrine sono una scansione, quasi un catalogo, di griffe; le case sono alte e rubano la luce ai pedoni che trottano in quello strano impasto di paese e metropoli. Dopo l’incrocio con via Sant’Andrea, ormai quasi al capolinea di corso Venezia, la strada si allarga e il sole scende in picchiata sull’asfalto.

Sono cento metri magici da mettere in cornice, mentre vengono avanti le solite grandi firme del lusso. Al numero 8 c’è anche un super hotel per vip: il Carlton Baglioni, poco più avanti splendono i gioielli di Bulgari e esattamente di fronte si alza la facciata maestosa e luminosa del civico 5. Benvenuti in casa Fracci.
Tre piani, tre appartamenti, una successione di persiane sull’intonaco giallo, la sensazione di essere a Parigi o in qualcuna di quelle città che i milanesi sognano per misurare il proprio ritardo di provinciali. Ai lati del portone, come sentinelle, ecco due nomi eccellenti con le loro boutique: Gilli, che sta per Giulia Ligresti, e Brunello Cucinelli. Una Ferrari nera, adeguata alla pavimentazione da set televisivo, chiede permesso ai passanti che scattano foto e parlano italiano, inglese, francese. Qualcuno si avvicina alla porta e butta un’occhiata ai prezzi: il gilet è a quota 920 euro, la sciarpa a 310, la giacca, stellare, scavalca abbondantemente la soglia dei duemila euro. Le creature di Gilli, esposte qualche metro più in là, sono deliziose: la pochette dogs, con i cani stilizzati che sembrano usciti dalle affollate battaglie di Paolo Uccello conservate all’Ashomlean Museum di Oxford, viaggiano sui 240 euro. Un invito quasi irresistibile. Il regno della tentazione.

Se si varca il portone in vetro si ritrova invece la quiete. Si entra in un passaggio stretto, dove rischiando le fiancate anche le macchine possono inoltrarsi: una sorta di galleria che poi si spalanca sul bel giardino-cortile interno. Circondato da palazzi lontani. C’è un albero al centro, che segna il paesaggio e ricorda certe tele di Carrà, un’elegante tettoia sotto cui riposano le auto che hanno rischiato graffi e baffi percorrendo quel budello stretto. In un angolo l’ascensore, esterno, costruito e pagato qualche anno fa da Ligresti per servire l’ufficio situato ai piani alti. Così tutti gli inquilini possono scegliere fra due menu: le scale antiche e faticose o la tecnologia di oggi, comoda e silenziosa.

La signora Maurizia, che sta sopra la Fracci, si smarca dal partito dei privilegiati: «Per 170 metri quadri pago un canone annuo di 54-55 mila euro. Mi pare adeguato ai valori della zona. Non c’è nulla di scandaloso, forse l’affitto era basso, diciamo ultraconcorrenziale, vent’anni fa, quando qui abitava Lina Sotis. Adesso non è più così e poi io ho effettuato importanti e costosi lavori di ristrutturazione. Ho rifatto le solette, gli impianti elettrici e tutto il resto». Come la Fracci che, conversando col Corriere della Sera, non solo non arretra ma quasi fa un passo in avanti: «Nessun favore. Pago un canone di 4.300 euro al mese, per 187 metri quadri». Centoottantasette metri quadri, più un grande terrazzo che si affaccia proprio sul giardino, l’oasi lontana da sguardi indiscreti; più il posto auto sotto quella tettoia da spot di champagne millesimati; più un frammento di quella cartolina che tutti vorrebbero portarsi a casa, sotto forma di foto ricordo, e che per lei, invece, è la casa.

Carla Fracci è un’étoile. Le stelle sono fatte per brillare, le critiche vanno bene per danzarci sopra con le punte. L’étoile aveva preso di mira, qualche tempo fa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno a causa dei tagli al Fondo unico per lo spettacolo: «Vergogna farabutto, ho chiesto inutilmente essere ricevuta da te per due anni». Adesso non aggredisce, ma preferisce i toni surreali dell’autocommiserazione: «Da poco mi hanno mandato la disdetta del contratto, ma credo sia solo una maniera per aumentare il canone. E dovremo chiedere aiuto, perché non credo potremmo permetterci di pagare di più». Addirittura. Milano potrebbe organizzare una colletta per evitare a lei e al marito, il maestro Beppe Menegatti, l’onta dello sfratto e per continuare a godere di quell’angolo impareggiabile nelle viscere della città. Dal Fus a via della Spiga. Il partito del privilegio versa lacrime e s’indigna come i faraoni. Dal quadrilatero della moda non li schioda nessuno.