Affluenza da record, già superato il dato delle regionali

Massimo Malpica

da Roma

Tra l’«effetto-Veltroni» che stavolta non si sente e la voglia di recupero del centrodestra scottato dalle regionali, il Lazio conteso si prepara a specchiarsi nelle urne. E i dati sull’affluenza «generosa», seppur rallentata in serata, sembrano promettere un riscatto alla Cdl. Il 67,1 per cento di laziali che avevano votato ieri sera alla chiusura dei seggi è molto superiore al 55,8 per cento delle scorse regionali, e non sfigura troppo se paragonato all’81,6 per cento del 2001, perché cinque anni fa si votava in un solo giorno. Quello dell’affluenza è un vantaggio per la Cdl: più si sale più i voti guadagnati arrivano da un’area moderata a rischio astensione, che diventa premiante per il centrodestra.
Ma la percentuale di votanti è solo una delle variabili nel Lazio, regione-chiave di queste politiche, non solo perché è in bilico, ma anche perché la sinistra ne ha fatto un «modello» di governo locale da contrapporre a Palazzo Chigi, nonostante dai numeri e dalla storia dei suoi amministratori questa lettura appaia forzata. Il Lazio, che potrebbe rivelarsi decisivo per la maggioranza in Senato, si presenta ai seggi con poche certezze persino sui cliché modellati negli ultimi anni: Roma alle sinistre, il resto della regione alla Cdl. Convinzione radicata, dettata dal lungo regno in Campidoglio di Rutelli prima e di Veltroni poi, perfezionata dalle vittorie elettorali di Enrico Gasbarra e Piero Marrazzo, che hanno strappato al centrodestra Provincia di Roma e Regione grazie alle «performance elettorali» assicurate dalla capitale. L’«effetto Veltroni», appunto, al quale ha fatto da contraltare la conferma di una regione che fuori dall’Urbe ha il cuore che batte a destra. Gasbarra vinse al primo turno raccogliendo 11 punti percentuali in più della somma dei partiti della sua coalizione. E anche alle ultime regionali Marrazzo ha battuto Storace, ma la Cdl ha sconfitto l’Ulivo, con il 50,3 per cento dei consensi contro il 48,4, imponendosi peraltro in quattro province su cinque, tutte tranne Roma. Fiutata l’aria, la sinistra negli ultimi giorni ha cercato di correre ai ripari, andando a caccia di consensi tra Viterbo, Latina, Rieti e Frosinone. Prodi ha tenuto comizi anche nel capoluogo pontino per tentare di accorciare le distanze, e il «big» dei diesse laziali, Goffredo Bettini, professa ottimismo e al tempo stesso mette le mani avanti, cosciente delle insidie di questa tornata elettorale. D’altronde uno dei risultati che ha consacrato il cosiddetto «modello Roma», la vittoria di Marrazzo, è anche uno dei punti deboli per la sinistra alle prese con la conquista del Lazio.
Il nuovo presidente, che non ha mai scaldato troppo i cuori della maggioranza, ha fatto poco per mantenere il consenso. Sulla conversione a carbone della centrale Enel di Civitavecchia, Marrazzo è considerato ostaggio dell’ala verde-massimalista della coalizione, e i malumori all’interno del centrosinistra seguiti ai suoi tentativi di bloccare i lavori riflettono le perplessità esternate anche dalla Confindustria. Idem per il gassificatore di Malagrotta, altro tema sul quale Marrazzo non è stato capace di trovare una mediazione. Ma quello che soprattutto è mancato in queste politiche è l’apporto di Veltroni. L’uomo che molti avrebbero visto volentieri al posto di Prodi sul ponte di comando del centrosinistra si è visto poco e si è sentito meno, come se al di là delle comunali di maggio la questione elettorale non gli interessasse. Senza il suo totem, la sinistra trema. E la Cdl sogna il recupero anche nella capitale.