Afghani in coda per le prime elezioni politiche

Nel Nord jet olandesi disperdono fondamentalisti contrari all’elezione di una donna

da Kabul

«Sono nato durante l’invasione sovietica e cresciuto nel periodo più buio del Paese, quello dei talebani. Ho votato spiega Bahran Rahman - per il futuro dell’Afghanistan, perché voglio girare definitivamente una lunga e dolorosa pagina di storia del nostro Paese». Ventun anni, studente di Medicina a Kabul, Bahran per il Parlamento ha dato la sua preferenza a una candidata, la cui famiglia era stata spazzata via da un quarto di secolo di guerre. Nel Paese del burqa un uomo che vota per una donna è una novità assoluta. Le elezioni afghane di ieri sono state un passo fondamentale lungo il difficile cammino della democrazia in questo disastrato Paese al crocevia dell’Asia. Il voto ha sconfitto i colpi di coda degli ultimi talebani, che con azioni di sabotaggio volevano far deragliare il processo elettorale, ma non ci sono riusciti. L’unico dato spiacevole è una flessione dell’affluenza alle urne rispetto alle presidenziali dello scorso anno che avevano registrato il 69% dei votanti. Secondo le indiscrezioni che giungono dalla commissione elettorale sarebbe andato a votare il 55% degli elettori, circa 7 milioni.
Il lungo giorno del voto doveva iniziare alle 6 del mattino, ma molti seggi sono stati aperti in ritardo a causa della tradizionale disorganizzazione afghana. «Sono da un’ora che aspetto di votare», si lamenta con i giornalisti uno smilzo elettore dalla barba appuntita in un seggio di Mirbachakot, un villaggio a nord di Kabul tartassato dai bombardieri americani. Nella zona, durante la guerra del 2001, correva la prima linea dei talebani e dei volontari arabi al soldo di Osama bin Laden. Il seggio è ricavato in una scuola, ma per far posto alle urne i banchi sono stati sbattuti fuori e accatastati alla rinfusa nel cortile.
In un altro seggio, poco distante, si è già formata una fila di uomini, mentre nessuna donna è ancora andata a votare. «Mi ricordo il benessere e la pace ai tempi di re Zahir Shah, quando era stata eletta la prima shura (Parlamento). Per questo sono venuto a votare, sperando che torni la prosperità per l’Afghanistan», dice Mohammed Qasim, 75 anni. Non sa né leggere, né scrivere. Qualcuno gli ha detto di votare un numero, che corrisponde a un candidato e così ha fatto. A rendersi conto della democrazia all’afghana in questi poveri villaggi, in qualità di osservatore, è arrivato il vice capogruppo al Senato di Forza Italia, Lucio Malan, guardato a vista da una nutrita scorta dei carabinieri. L’unico parlamentare, assieme al capo degli osservatori dell’Unione Europea, Emma Bonino, che quantomeno si è scomodato a venire a Kabul, dove abbiamo garantito la sicurezza delle elezioni con il comando della missione Nato composta da oltre diecimila soldati, 2.300 dei quali italiani.
Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha dichiarato dopo aver votato che «è una giornata storica» per il suo popolo, «dopo 30 anni di guerre, interventi, occupazione e miseria». Di strada ne dovrà ancora fare la fragile democrazia afghana, ma i primi passi si possono intravedere nell’affollato seggio per le donne di Maydan Shar. Una zona pasthun, culla dei talebani, a un’ora di macchina da Kabul. «Siamo in fila da tre ore e non ci hanno ancora fatto votare», protesta un nugolo di donne coperte dalla testa ai piedi dai burqa color turchese o dalle tuniche nere che lasciano libero solo una parte del volto. In braccio hanno bambini piangenti, ma non demordono. «Sono venuta per il futuro dei miei sei figli. Voterò per Jamila Mojahed, una giornalista della radio-televisione afghana» afferma decisa, una giovane donna pasthun che si chiama Mastura, da dietro la grata di stoffa del burqa. Spuntano solo le mani con le unghie laccate di rosa.
Nel seggio degli uomini, rigorosamente lontano da quelli delle donne, Haji Barialai fa lo scrutatore sotto una tenda colorata. Gli manca una gamba, persa su una mina nella guerra santa contro gli invasori sovietici degli anni Ottanta. «Ora è il tempo della democrazia, quello della jihad è finito», sottolinea ai giornalisti.
I resti dei talebani e di Al Qaida non la pensano allo stesso modo. Un militare francese dei corpi speciali è stato ucciso nel sud del Paese, due razzi sono caduti su un magazzino dell’Onu a Kabul, poco distante dal quartier generale della commissione elettorale. A Khost, nell’Afghanistan orientale, due kamikaze che volevano farsi esplodere nei seggi sono stati fermati in tempo.
A Pul i Qumri, nel nord del Paese, una folla di fondamentalisti non voleva far votare una candidata e la Nato ha fatto intervenire a volo radente due caccia olandesi per disperdere i dimostranti. I risultati provvisori si conosceranno fra dieci giorni.