Afghanistan, 4 alpini uccisi nell'agguato talebano Il caporale su internet: "Meglio morire in piedi"

Una bomba fa esplodere un Lince, poi si scatena un durissimo scontro armato. <strong><a href="/interni/il_caporale_facebook_meglio_morire_piedi/10-10-2010/articolo-id=479118-page=0-comments=1">Il caporale su Facebook</a></strong>: &quot;Meglio morire in piedi&quot;. <strong><a href="/interni/s/10-10-2010/articolo-id=479121-page=0-comments=1">Ordigni nemici potenti e precisi</a></strong>: Lince sostituiti da mezzi più sicuri

Furiosa battaglia in Afghanistan: i talebani tendono un'imboscata ad un convoglio italiano nella famigerata valle del Gulistan. L'obiettivo è spingere i blindati verso una o più trappole esplosive piazzate dagli insorti. Un «Lince» salta in aria uccidendo sul colpo quattro penne nere e ferendo un quinto alpino. I soccorsi riescono a mettere in salvo l'unico sopravvissuto, sotto il fuoco degli insorti. La trappola esplosiva ha ucciso Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville e Marco Pedone, tutti del 7° reggimento alpini della brigata Julia, di stanza a Belluno.
L'attacco scatta alle 9.45 afghane di ieri nei pressi di Buji, nell'Afghanistan occidentale, dove gli alpini della Task force South East hanno una piccola postazione avanzata con una trentina di uomini. La colonna, composta dai blindati della 269° compagnia controcarro Val Fella, scorta una cinquantina di camion afghani, che hanno trasportato materiale all'avamposto «Ice» vicino al capoluogo distrettuale della valle maledetta. Un postaccio, sul fronte più a sud dei 3500 soldati italiani nell'Afghanistan occidentale. Infestato, secondo gli americani, da cellule di al Qaida.
Gli alpini stanno rientrando verso la base «Lavaredo», a Bakwa, ad una decine di ore di viaggio. Il giorno prima, all'andata, erano stati attaccati, ma avevano risposto al fuoco e proseguito la missione. La mattina dopo i talebani li aspettano al varco. Prima scatenano un fuoco d'inferno con armi leggere e razzi controcarro Rpg. Gli alpini devono manovrare ingaggiando gli insorti, ma nello stesso tempo proteggere i camion civili stando bene attenti a non farli diventare un bersaglio del fuoco incrociato. «Se i talebani prendono gli autisti li sgozzano come bestie considerandoli traditori» spiega una fonte de «Il Giornale» nella zona d'operazione Tripoli, dove 450 alpini del 7° reggimento tengono il fronte più pericoloso.
Probabilmente l'obiettivo dell'imboscata è spingere i blindati italiani al di fuori delle tracce sicure, dove sono nascoste una o più trappole esplosive. Il problema è che la valle del Gulistan ha una sola strada, in diversi tratti obbligata, perchè si infila fra le montagne. Le decine di camion civili da trasporto bloccati dall'imboscata non facilitano il movimento. Un Lince per posizionarsi meglio, senza mettere in pericolo i mezzi civili, finisce su una trappola esplosiva. Per quattro alpini all'interno del blindato non c'è nulla da fare. Il caporal maggiore scelto, Luca Cornacchia, invece, rimane ferito ad un piede e subisce traumi da esplosione.
La battaglia continua ad infuriare con i talebani che non demordono. Da terra viene richiesta una «Cas», l'appoggio aereo ravvicinato dei caccia bombardieri della Nato.
Bisogna raggiungere il prima possibile il blindato saltato in aria. Un nucleo speciale di artificieri si attiva per controllare che non ci siano altre trappole esplosive ed aprire la strada ai soccorsi.
Secondo le prime testimonianze il tenente colonnello medico, Federico Lunardi, con un team sanitario da prima linea avanza sotto il fuoco talebano. Il ferito viene stabilizzato e portato al riparo. Le salme delle penne nere caricate su uno dei camion civili. Due autisti afghani sono stati colpiti e bisogna pensare anche a loro. Lunardi, unico medico, è un veterano dell'Afghanistan e viene dagli alpini paracadutisti, un corpo di elite. Non solo: ha fatto pure il volontario in un ospedale afghano di Emergency.
Un elicottero per l'evacuazione medica si alza in volo mentre la battaglia ancora infuria. A terra gli alpini combattono, ma alcuni mitraglieri sulle torrette dei Lince, stanno finendo le munizioni. Il momento è drammatico. Alla fine i talebani, sotto il fuoco italiano, cominciano a ritirarsi.
L'elicottero evacua Cornacchia, il ferito trentunenne, con una moglie ed una bambina di un anno che lo attendono a casa, all'ospedale da campo americano di Delaram. Le salme delle penne nere vengono trasportate nell'avamposto di Buji. Il momento è toccante: gli alpini sopravvissuti alla battaglia rendono gli onori militari, ai quattro «che sono andati avanti». Come si usa dire fra le penne nere.
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