Afghanistan, 4 ministri sfidano il premier

Ferrero, Bianchi, Pecoraro Scanio e Mussi decisi a non votare il decreto sul rifinanziamento: "Serve una svolta". Gli esponenti di Prc, Pdci, Verdi e correntone Ds puntano a ottenere anche un cambio di rotta sulla base Usa di Vicenza

Roma - Il decreto che rifinanzia la missione in Afghanistan deve essere varato entro il 31 gennaio, e l’ipotesi più probabile è che sia sul tavolo del Consiglio dei ministri già domani. I margini di trattativa sul testo sono minimi: «Potremo solo aggiungere un po' di fondi in più per la cooperazione », spiega il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti, della Margherita. Una modifica che certo non può bastare all’ala sinistra dell’Unione, quella che reclama una «svolta» e propugna il ritiro delle truppe italiane. Dunque i ministri di Rifondazione, Pdci e Verdi difficilmente lo voteranno, e questo a Palazzo Chigi ormai lo si dà quasi per scontato. «Per ora non ci sono le condizioni per un voto favorevole al Cdm sul decreto sull'Afghanistan», spiega il sottosegretario all’Economia Paolo Cento. I verdi, quindi, sono orientati a che il ministro Pecoraro non voti il decreto». E lo stesso faranno ovviamente Paolo Ferrero e Alessandro Bianchi: non un voto contrario, ma un non voto, in attesa di portare a casa qualche risultato nella trattativa parlamentare. Incerta la posizione di Fabio Mussi: il ministro dell’Università, che è anche leader del Correntone ds, ha finora dato pubblico appoggio alla linea espressa da Massimo D’Alema: «L’uscita dall’Afghanistan non è all’ordine del giorno, ma va rivista la strategia ». Però Mussi, che sta anche conducendo una battaglia congressuale interna alla Quercia, sa che la questione Vicenza sta esasperando gli animi della base pacifista della sinistra ds, in rivolta contro la scelta del governo di dire sì alle richieste americane, e che un’astensione sul decreto Afghanistan sarebbe un segnale apprezzato. Il parto del decreto si annuncia dunque travagliatissimo, con il probabile non voto di tre o quattro ministri. Ma il vero problema si aprirà dopo, quando il decreto passerà per le aule parlamentari: al Senato la maggioranza allo stato non è sufficiente, il dissenso si estende dal Prc alla sinistra ds, dai verdi al Pdci: «Ci sono ribelli in tutti i gruppi, il governo non faccia la pazzia di mettersi in minoranza », avverte la capogruppo dei Comunisti Manuela Palermi. E il rischio è che se i voti della Cdl saranno determinanti per varare la missione, si apra inevitabilmente una crisi politica nell’Unione: lo stesso Quirinale, secondo il tam tam di ieri, avrebbe avvertito che in quel caso Romano Prodi dovrebbe tornare a chiedere la fiducia alle Camere. L’Ulivo tenta di sminuire la portata della non autosufficienza della maggioranza: «Su questioni come la guerra o la vita e la morte (leggi questioni etiche, ndr) è fisiologico che dentro una coalizione ci siano dissensi», dice la capogruppo Anna Finocchiaro. Ma Rifondazione, con Russo Spena, avverte che la strada delle maggioranze variabili non è percorribile: «L’autosufficienza è essenziale, in caso contrario il governo non cade automaticamentemaci sarebbe un inevitabile logoramento e il venir meno della coesione dell’Unione». Su tutta la vicenda pesa come «un macigno», dice Pecoraro, il caso Vicenza. «Da qualche parte il governo deve mollare, e mentre sull’Afghanistan c’è un vincolo di programma, su Vicenza no», spiega Cento. «Quella sulla base Usa è la prima vera crisi tra il governo Prodi e il suo elettorato, di tutta l’Unione e non solo nostro». È quindi su questo fronte che ci si aspetta una contropartita per poter recuperare i dissidenti sull’Afghanistan. Quale? Il primo febbraio al Senato si discuteranno mozioni parlamentari sulla base di Vicenza, e la maggioranza rischia di spaccarsi verticalmente. La Margherita ad esempio è fermissima: «Non c’è alcun margine per ridiscutere sulla base», dice il ministro Gentiloni. «Impossibile», aggiunge Vernetti. La sinistra dell’Unione si aspetta però «un segnale» da Prodi, un «impegno del governo - spiega Cento - a riconsiderare la decisione sulla localizzazione della base e a percorrere la strada del referendum ». Altrimenti rimarrà «un vulnus gravissimo, si aprirà una crisi con il nostro elettorato, con dinamiche sociali a livello nazionale. E se sappiamo che tra tre anni perderemo per colpa di una decisione del governo, la necessità di tenerlo comunque in piedi viene meno», avverte.