Afghanistan, Abdullah si ritira dal ballottaggio

Con la scelta di boicottare il voto l'ex ministro degli Esteri spera di affibbiare il marchio di illegittimità al suo rivale Karzai, che ora vede più vicina la rielezione. Sullo sfondo resta la minaccia talebana

Abdullah Abdullah e i clan che hanno fatto quadrato intorno a lui per scalzare Hamid Karzai dalla presidenza dell'Afghanistan puntano su una scommessa. Sono convinti che il ritiro di Abdullah dal ballottaggio per le presidenziali del 7 novembre ponga un serissimo problema di legittimità per il presidente uscente. E che questo, unitamente alle pressioni dell'opinione pubblica internazionale, possa infine indurlo a mollare. Ma hanno probabilmente fatto male i loro conti.

Già il segretario di Stato Usa, la signora Clinton, aveva commentato stizzita, ieri l'altro, che le elezioni si svolgeranno ugualmente, e che se uno intende ritirarsi dal ballottaggio, bè, padronissimo. Una sorta di benservito all'ex capo dell'Alleanza del Nord, che pensava di giocare sulla impopolarità (anche a Washington) di Karzai per mettersi in tasca anzitempo la vittoria.

I giochi, comunque, sembrano ormai fatti. E la rinuncia dell'ex ministro degli Esteri, che ha giustificato la sua decisione con il rischio di frodi elettorali in grande stile, inappellabile. Se nulla interverrà a mutare lo scenario, la rielezione di Karzai sembra dunque cosa fatta; e le elezioni di ballottaggio - sulle quali pesano le minacce dei talebani - un puro esercizio di stile.

Abdullah, che punta ad accreditarsi agli occhi del mondo come il «vero democratico» della situazione, non ha vietato ai suoi sostenitori di recarsi alle urne, e ha anzi chiesto loro di astenersi dall'organizzare manifestazioni di piazza che potrebbero degenerare in violenza e offrire ai talebani l'occasione per un attentato coi fiocchi. È tuttavia del tutto probabile che siano talmente pochi gli elettori disposti a tornare alle urne da rendere per ciò stesso invalida la consultazione. Il che metterebbe Karzai di fronte a un dilemma: indire un'altra tornata elettorale? Sembra francamente improbabile. Tenersi stretto il bastone del comando, di fronte a un Abdullah e a una larga percentuale del Paese (per non dire dell'opinione pubblica mondiale) che ritiene la sua rielezione illegittima?

Nel dubbio, il capo della Commissione elettorale afghana, Daoud Ali, ha annunciato che il secondo turno si terrà. «Questo dice la legge elettorale, e questo dice la Costituzione», ha affermato perentorio Ali. In realtà la Costituzione afghana non lascia spazio a soluzioni alternative che non siano quella di far svolgere comunque un secondo turno, nonostante fosse stata proposta anche la celebrazione di una nuova Loya Jirga (una sorta di «Parlamento» dei clan e delle tribù) con la partecipazione anche dei talebani più moderati.

Karzai, al quale il gioco delle parti assegna in questo frangente quella del presidente moderato, rispettoso di tutto e di tutti, si dice disponibile ad accettare qualsiasi decisione da parte degli organi legali competenti, precisando tuttavia che il suo governo non è affatto obbligato a rispettare quanto deciso dalla Commissione. Attendista la posizione dell'Onu, che Abdullah pensava invece di veder schierata dalla sua parte. Il rappresentante dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Afghanistan, Kai Eide, ha tirato fuori la testa dal barile in cui sta acquattato come un pesce per dire che l'Onu «auspica una fine pacifica, legale e senza alcun ritardo del processo elettorale».
Sullo sfondo, resta la minaccia talebana. «La rinuncia di Abdullah - dice il portavoce del mullah Omar, Yousuf Ahmadi - non ha alcun significato. Per noi non cambia nulla. Noi non permetteremo che il secondo turno si svolga pacificamente».