Afghanistan, autorizzato l’invio di altri 600 soldati

I nostri militari potranno operare in diverse parti del Paese oltre a Kabul e Herat

Emanuela Fontana

da Roma

C’è una domanda, dopo l’approvazione del decreto sul rifinanziamento delle missioni estere alla Camera, a cui nessuno sembra saper rispondere: quanti sono in questo momento, a tre mesi dalle elezioni, i militari italiani in Afghanistan?
Sono diminuiti o sono aumentati? Perché il 5 giugno risultavano 1.371 e ora, con aggiornamento al 21 luglio, 1.938?
A guardare il sito del ministero della Difesa, in effetti, viene da chiedersi perché i pacifisti non stiano alzando barricate sotto Palazzo Chigi, o perché i dissidenti del Senato non stiano preparando un fuoco di interrogazioni per mandare al tappeto la sottile maggioranza a Palazzo Madama. In effetti l’aggiornamento - un enorme mappamondo on-line che indica la presenza italiana nelle missioni internazionali in ogni angolo del pianeta - eleva il numero del nostro contingente all’interno della missione Isaf di 567 unità rispetto a giugno. Da ministero e Stato maggiore non arrivano smentite ma una precisazione: la Difesa, con il nuovo governo di Romano Prodi e il nuovo ministro Parisi, ha scelto di indicare sul sito il numero degli uomini previsti dal decreto e non quello dei militari effettivamente presenti, che invece è «fluttuante». Per malattie, congedi, turn over, si chiarisce. Dunque la presenza dichiarata della scorsa primavera era quella reale, e può essere che in quel momento ci fosse un fisiologico calo di uomini. Ma adesso? Risulta solo il dato teorico. «Non sappiamo quanti militari si trovano in questo momento in Afghanistan», rispondono sia dal ministero della Difesa sia dallo Stato maggiore.
Risposte che non soddisfano, soprattutto alla luce di quanto ha detto tre giorni fa il portavoce della Nato, cioè che l’Alleanza atlantica ha modificato le regole d’ingaggio, passate alla fase «combat». E che questo vale per tutti i Paesi dell’Alleanza, che altrimenti non sarebbe tale. Non soddisfano neanche per l’acceso dibattito in corso che potrebbe obbligare Prodi a chiedere la fiducia al Senato per ottenere l’eventuale «sì».
In realtà il numero dei militari presenti nelle varie missioni internazionali non è facilmente consultabile dai cittadini perché, come da prassi, non si trova nel decreto legge, ma nella «relazione tecnica». Il testo passato alla Camera mercoledì prevede dunque una presenza per l’Afghanistan nella missione Isaf di 1.938 uomini, a cui si aggiungono altri 380 militari impegnati nella missione Enduring freedom nel Mar Arabico e altri 70 nella Active endevaur. Totale: 2.388, una presenza ormai abbondantemente superiore a quella in Irak dove si trovano 1.685 soldati.
Sempre nell’ambito della missione afghana, sul sito è scritto che «le nostre forze potranno essere impiegate in qualunque parte del Paese». Secondo gli accordi presi con la Nato non sembrerebbe quindi corrispondere alla realtà che gli italiani debbano rimanere a Kabul ed Herat e non venire dislocati al sud, dove l’Alleanza atlantica intende avviare una lotta più efficace al terrorismo. L’impegno richiesto, inoltre, dovrà essere svolto «in trincea». «Nel quadro degli sviluppi dell'operazione - si legge nel sito della Difesa - alla nostra forza sarà assegnato il compito prevalente di interdire eventuali rientri di terroristi dal Pakistan in Afghanistan».
Nella realtà non ci sono numeri ufficiali sui nostri militari a Kabul e Herat. Sulla carta, comunque, questo decreto non modifica quasi di una virgola, nei numeri, la linea dell’ex governo, che aveva fissato un potenziale di 1.945 militari nella missione Isaf nel corso dell’ultimo anno.
La spesa autorizzata per l’Afghanistan nell’ambito della missione Isaf (International security assistance force) è ora di 136.631.975 euro. Rispetto allo scorso anno il decreto impone una diminuzione della presenza di militari in Bosnia, passata da 1.041 unità a 898 e in Kosovo, dove il contingente viene ridotto di 300 uomini (da 2.601 a 2.301). L'Afghanistan diventa così il teatro internazionale dove l'Italia è più presente con i suoi militari.