Afghanistan, Clinton: "L’Italia alleato di ferro" Ma l'Europa è indecisa

Mentre Washington ci assicura "un ruolo-guida", crepe nello schieramento: l’Olanda si ritira, la Germania chiede fatti e la Francia non manda uomini

Roma - «L’Italia? Un alleato di ferro» si premura di assicurare Hillary Clinton ai microfoni tv che la inseguono nei corridoi del quartier generale Nato a Bruxelles. Ha appena ricevuto la conferma formale di Franco Frattini che il nostro contingente in Afghanistan, per l’anno prossimo, salirà di un migliaio di unità, fino a raggiungere i 4.000 uomini circa. E non nasconde il segretario di Stato Usa la propria soddisfazione per l’impegno del governo di Roma, cui assicura di aver riservato «un ruolo guida» nell’offensiva militare, ma anche civile, che secondo i piani di Obama dovrà permettere l’estirpazione del terrorismo talebano e la riconsegna a Kabul di un Paese sostanzialmente pacificato entro la fine del 2013.
La risposta positiva italiana - che già circolava da qualche giorno - ha tolto qualche castagna dal fuoco per l’amministrazione Usa. Non tutti gli europei infatti appaiono del tutto convinti della strategia decisa dalla Casa Bianca. I francesi sono contrari all’invio di nuove truppe. Olandesi e canadesi soprattutto (questi ultimi per le molte perdite di vite umane) sono per il ritiro dei rispettivi contingenti e i tedeschi nicchiano. Anche perché se la richiesta di 37mila uomini in più può risultare utile nella guerra contro il terrorismo, ancora non si intravedono strategie decise per eliminare il malaffare nel governo di Karzai, e soprattutto mancano piani specifici per far uscire il Paese dal Medioevo, dando sostegno allo sviluppo dell’economia.

Il fatto stesso che la Clinton abbia chiesto ragguagli a Frattini sull’intervento «civile» del governo italiano (nella regione di Herat si stanno sviluppando interventi in agricoltura, nella sanità e nella formazione di quadri per le truppe di Kabul), chiedendogli un rapporto dettagliato di possibili «nuove proposte», dimostra che Washington brancola ancora un po’ nel buio. Ma che la Nato sia compatta - nonostante i problemi - l’ha assicurato con forza il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, chiarendo che già oggi «i Paesi stanno facendo seguire alle parole i fatti» e che «sono giunte offerte di nuove truppe per l’Afghanistan da 25 Paesi per un totale di settemila uomini, mentre altri se ne aggiungeranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi».

Più che scontato che possa esser così. Ma intanto in Europa si lavora perché le richieste di incrementare lo sforzo avanzate da Obama trovino uno sbocco concreto poi, sul terreno difficile di quel Paese. Prova ne è che in mattinata, dopo aver discusso una prima volta con la Clinton, Frattini - che ha avuto un bilaterale col neo-collega tedesco Westerwelle - ha tenuto a far sapere che tanto lui che il ministro degli Esteri tedesco si augurano che, dopo l’adesione alle richieste americane, si arrivi a fine gennaio a Londra - dove è in programma proprio una conferenza sul futuro dell’Afghanistan - «con una strategia politica forte e non solo chiacchiere».

«Linee di disimpegno individuale non sono immaginabili - ha poi fatto sapere Frattini, il quale assieme al ministro della Difesa la Russa riferirà del vertice Nato giovedì prossimo davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato - visto che siamo d’accordo sul principio rilanciato da Barack Obama dell’“in together, out together” (dentro assieme, fuori assieme; ndr)». Ma il fatto è che si parla di un ulteriore sforzo che ha un suo costo, in uomini, mezzi e naturalmente, quattrini. Inimmaginabile che non sia messa a punto una strategia complessiva che assieme agli interventi militari (per l’Italia è ormai certo che saranno inviati alpini della Taurinense, poi parà della Folgore e bersaglieri della Garibaldi, nonchè una cinquantina in più di mezzi Lince e Dardo), non preveda progetti di sostegno all’economia e di lotta alla corruzione. Altrimenti il ritiro già annunciato per il 2013 si trasformerebbe in una rotta.