Afghanistan, D’Alema spara sui «disertori»

da Roma

Sarà una parola, introdurre «un segnale di discontinuità» nel decreto di rifinanziamento della missione in Afghanistan, come chiede la sinistra radicale. «Siamo al governo da meno di un anno, l’unico segno di discontinuità sarebbe che mi dimettessi io... », ha perso la pazienza il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, l’altro giorno in Consiglio dei ministri. A pensarci bene, altro «segnale di discontinuità» potrebbe essere quello di un voto in Senato con il «soccorso bianco» della Cdl. «In questo caso - ha lanciato un chiaro segnale Clemente Mastella - non ci sarebbe più un governo, la maggioranza sarebbe finita e Romano Prodi non potrebbe far altro che andare al Quirinale a dimettersi».
È quanto sostiene da tempo l’opposizione, e ieri lo ha ripetuto il leader Silvio Berlusconi: «Non c’è una maggioranza se il governo non ha una politica estera unitaria». Anche il Quirinale considera questo un punto essenziale. La battaglia per ricondurre all’unità l’Unione (gioco di parole purtroppo obbligato) durerà perciò a lungo, nelle aule parlamentari. Il capo dei senatori rifondatori, Giovanni Russo Spena, ne è convinto: «Continueremo il confronto durante tutti i 60 giorni del dibattito per la conversione del decreto». E insiste affinché il governo riesca a elaborare una «proposta precisa» da portare all’Onu a marzo e ottobre, quando cioè scadranno i mandati delle missioni civile e militare in Afghanistan. Dove un capo dei talebani proprio ieri ha preannunciato un’«estate di sangue» con «duemila kamikaze pronti a colpire».
Parlare allora di una Conferenza di pace è inutile e «irrealistico - spiega Russo Spena -, se al tavolo di negoziato non si chiamano Siria, Iran e Pakistan, e se non si indicano tempi e nodi precisi». Per dirla con il capo dei deputati verdi, Angelo Bonelli, una «exit strategy va costruita». «La vocazione del Paese sia andare avanti con coraggio verso una politica di pace» è il monito del presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Ma il dibattito in atto, nel quale il verde Cento continua a chiedere «una data certa per il ritiro» e il comunista Rizzo «una manifestazione per far cambiare idea al governo», indispone D’Alema: «Non rende onore al nostro Paese», dice il titolare della Farnesina, che pure ce la mette tutta e vorrebbe che «alcuni amici di governo» fossero «orgogliosi della nostra politica estera». Non solo, aggiunge: «Di queste forze armate, quelli che si definiscono pacifisti dovrebbero sentirsi orgogliosi. E orgogliosi di un governo che li ha mandati con questi compiti e che si batte anche con i suoi alleati per far capire che è in questo modo che si costruisce la pace». Impeto d’orgoglio che dimentica - volutamente? - che a mandare i militari a Kabul è stato il governo precedente, e non quello in carica. Nel quale le tensioni tra ministri della sinistra radicale e moderata non si sono attenuate. Il leader dei verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, ha reagito ieri alle accuse, ribaltandole sull’Ulivo e su Fassino, perché «anche l’Ulivo deve votare con lealtà quello che c’è scritto nel programma, la lealtà è reciproca... Noi lo siamo stati, altri non hanno rispettato i patti». Pecoraro Scanio non si sottrae a scenari di crisi: «Sì, ci può essere il rischio che il governo possa cadere, se persone come la Bonino fanno gli estremisti... Ma sarebbero loro a farlo cadere, non noi». Scenario opposto a quello evocato da Mastella, secondo il quale sarebbe dei ministri della sinistra radicale la responsabilità, «se vanno fino in fondo». Fosco il quadro, avverte Mastella, che non «scommetterebbe un euro» sul ritorno al voto, ma vedrebbe «un terremoto, la scomposizione delle coalizioni» e il ritorno «alla mia libertà di iniziativa politica». «Non ho ragioni per essere così pessimista», commenta il presidente del Senato, Franco Marini.