Afghanistan E Kabul piange lo 007 italiano: «Distrutti per la morte di Colazzo»

TERRIBILE TRISTEZZA «Era così cordiale, discreto, intelligente e soprattutto umanissimo. Una fine odiosa»

Sarà rimpatriata domani mattina, secondo una fonte non ufficiale, la salma di Pietro Colazzo, l’agente italiano dell’Aise caduto venerdì a Kabul mentre, già ferito, cercava di salvare la vita ad altri quattro italiani durante un attacco condotto dai talebani. E mentre il governo italiano rende omaggio alla figura del caduto, definito «un eroe» dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, dall’Afghanistan arriva il testo di una toccante lettera, scritta in inglese da un amico di Colazzo, che meglio di tante altre parole rende il senso di vuoto che ha lasciato una persona straordinaria.
«Qui a Kabul tutti noi siamo distrutti, è incredibile pensare che non è più con noi», così comincia la lettera in cui Pietro Colazzo viene definito «così cordiale, discreto, intelligente, e soprattutto umanissimo». «È morto in circostanze odiose - prosegue il testo di cui riportiamo una parte -, la bomba è stata di una violenza terrificante. Ferito, ha chiamato al telefono il comandante della polizia e l’ambasciata. È chiaramente riuscito ad aiutare gli altri italiani che stavano nello stesso albergo a salvarsi, prima di essere ucciso a colpi di fucile o da una granata. Noi eravamo abituati a scambiare qualche parola ogni giorno, talvolta fumando una sigaretta. Lui era colto, aveva viaggiato. La notte prima di morire aveva appena cominciato a insegnarmi i fondamentali del dari (una delle lingue parlate in Afghanistan, ndr). Soprattutto, giusto per aggiungere più orrore a tutto questo, tutti noi abbiamo sentito l’esplosione e le raffiche di fucile, sapendo che proprio in quel posto delle persone stavano morendo, così vicino a noi. (...) E a un certo punto durante il giorno, mentre i media e gli amici cominciano a parlare di un italiano ucciso, vieni a sapere che il commando e l’autista kamikaze sono venuti ad uccidere uno dei tuoi amici, a nemmeno un chilometro da dove ti trovi, in luoghi dove tu stesso sei stato un mucchio di volte, a tutte le ore del giorno e della notte». «E questa mattina ho incontrato uno dei suoi colleghi, un uomo che trascorreva 12 ore al giorno, ogni giorno, con Pietro. Là, nel loro piccolo ufficio, hanno lavorato gomito a gomito per anni. L’ho abbracciato e tenuto stretto per un minuto intero. Anche uomini così forti non riescono a scuoterti in circostanze tanto inumane». «Una terribile tristezza è piombata nel tuo cuore, ed è destinata a restarvi, per sempre. Ti chiedi centinaia di volte se tutto questo poteva essere evitato, se per caso il prossimo sarai tu, considerato come tutti noi siamo esposti al rischio, vivendo a Kabul, in case o in alberghi. Nessuna barriera può proteggere da una così brutale violenza. Ti ripeti che sei fortunato a poter scrivere questo a un amico, il giorno dopo».