Afghanistan, fallito attentato contro gli italiani

Esplode un ordigno dopo il passaggio dei militari sulla strada di Herat

Fausto Biloslavo

A Herat, il capoluogo dell’Afghanistan occidentale dove sono impiegati duecento soldati italiani, sta aumentando la tensione in vista delle elezioni parlamentari del 18 settembre. Giovedì sera è saltata in aria una trappola esplosiva, che non ha causato vittime, ma si tratta del terzo episodio del genere negli ultimi due mesi. In un primo momento sembrava che l’attentato fosse diretto al generale Giuseppe Santangelo, comandante delle forze Nato che si occupano soprattutto di ricostruzione nella regione di Herat. In seguito l’alto ufficiale italiano ha smentito una minaccia diretta: «Circa un'ora e mezza prima sono passato da quel punto mentre mi dirigevo verso l'aeroporto. Il governatore di Herat mi ha subito contattato per tranquillizzarmi: l'ordigno non era diretto contro di me, ma era un gesto minatorio per fermare il processo elettorale».
La trappola esplosiva era nascosta nel retro di un sidecare, che in Afghanistan viene usato come taxi. Il mezzo era parcheggiato sul ciglio destro della strada principale che dalla città porta all’aeroporto. Un detonatore era collegato a due ordigni, in questo caso a basso potenziale. Solitamente i terroristi utilizzano proiettili di artiglieria o mortaio, oppure mine anticarro. L’esplosivo, forse collegato a un timer, ha distrutto il mini-taxi, senza provocare vittime o feriti. «Una macchina civile utilizzata dai soldati italiani è transitata pochi minuti dopo», confermano dalla base italiana della Task force Lince a Herat. Il generale Santangelo, invece, era già in volo verso Kabul. «Non credo ce l'avessero con me ­ ha spiegato l’alto ufficiale -. La situazione a Herat è tranquilla, però man mano che ci avviciniamo alle elezioni occorre prestare grande attenzione, perché ci sono entità che vogliono destabilizzare: si tratta di gente che arriva da fuori oppure di persone che sono state escluse dal processo elettorale».
Lo stesso generale ha ammesso che «negli ultimi due mesi ci sono stati tre episodi come quello dell’altroieri». A Herat, dove gli italiani comandano i Prt (Provincial reconstruction team) di diverse province, continua a covare sotto la cenere un conflitto di potere fra il governo centrale e Ismail Khan, l’ex governatore. Gran parte dei suoi uomini sono stati sostituiti da funzionari teoricamente fedeli al governo Karzai, come il generale Baba Jan, ex comunista, nominato capo della polizia. Ismail Khan, soprannominato il leone di Herat per le sue leggendarie gesta ai tempi della guerra contro i sovietici e i talebani, è stato nominato addirittura ministro nell’esecutivo Karzai. In vista delle parlamentari e provinciali, però, è pronto a tutto pur di garantire i seggi di Herat ai suoi uomini. Alle faide locali vanno aggiunti i tentativi di destabilizzazione dei talebani e dei resti di Al Qaida, che da marzo hanno già provocato 700 morti in tutto l’Afghanistan.