Afghanistan, giallo sugli ostaggi tedeschi I talebani: «Giustiziati». Ma sono smentiti

In Afghanistan è guerra degli ostaggi con esecuzioni annunciate, poi smentite, ultimatum, richieste di ritiro delle truppe straniere e scambi di prigionieri. Ieri mattina uno dei soliti portavoce dei talebani, Qari Yussuf Ahmadi, ha annunciato l’esecuzione, con un colpo di pistola, di uno dei due ostaggi tedeschi. Gli ingegneri europei erano stati rapiti mercoledì assieme a cinque colleghi afghani, sulla strada Kabul- Kandahar, diventata oramai l’arteria dei sequestri. L’ultimatum scadeva a mezzogiorno, ora locale, ed il primo ostaggio sarebbe stato ucciso cinque minuti dopo, perché il governo tedesco non aveva annunciato il ritiro del suo contingente in Afghanistan di 3200 uomini. Qari Yussuf ha poi sostenuto che per l’altro ostaggio tedesco l’ultimatum veniva esteso di un’ora. Sessanta minuti dopo anche il secondo ostaggio sarebbe stato ucciso con un colpo alla testa, ma non venivano fornite indicazioni per trovare i corpi.
Poco dopo, da Kabul, il portavoce del ministero degli Esteri, Sultan Ahmad Baheen, smentiva il portavoce talebano. «Le informazioni del nostro servizio di sicurezza indicano che un ostaggio è morto, ma per un attacco di cuore, mentre il secondo è ancora vivo». Da Berlino anche il governo tedesco non confermava le annunciate esecuzioni. Sul sito del settimanale Spiegel appariva la notizia della morte di Reudiger B., uno degli ostaggi, originario del Land settentrionale del Meclemburgo-Pomerania, malato di diabete. L’agenzia di stampa afghana Pajiwok, che ha ottimi agganci con i talebani, aveva ricevuto una telefonata da Addul Fatah, il nome di battaglia di un portavoce regionale dei tagliagole islamici, che ammetteva la morte per infarto dell’ostaggio a causa del gran caldo e delle difficili condizioni di prigionia. Inoltre sembra che le medicine inviate attraverso dei mediatori non siano mai giunte a destinazione.
Dopo la rivelazione del bluff, il megafono dei talebani ha rilanciato la posta sostenendo che erano stati uccisi anche i cinque afghani catturati assieme ai tedeschi. Si tratta di tecnici che lavoravano alla ristrutturazione di una diga, appaltata ad una ditta tedesca. Secondo Qari Yussuf, uno degli afghani sarebbe il fratello di Arif Noorzai, il vicepresidente della Wolesi Jirga, una delle camere del parlamento afghano.
I servizi tedeschi hanno fatto trapelare la notizia che Qari Yussuf in realtà non rappresenta i rapitori e quindi fornisce informazioni inattendibili. Il problema è che il portavoce dei talebani si nasconde molto probabilmente in Pakistan e riceve ordini dalla shura, l’organo decisionale dei fondamentalisti, presieduta da mullah Mohammed Omar, il leader guercio degli studenti guerrieri. A causa delle difficoltà di comunicazione con i comandanti sul terreno e dell’autonomia di cui godono le bande operative, spesso gli annunci del portavoce ufficiale sono imprecisi e dettati da pura propaganda.
Il giorno dopo il rapimento dei due tedeschi sono finiti nelle grinfie dei talebani, sempre lungo la stessa maledetta strada da Kandahar a Kabul, ben 23 sudcoreani, volontari cristiani di una chiesa evangelica. Fra questi ci sarebbero 18 donne. «Dato che i governi coreano e afghano chiedono il rilascio dei 23 prigionieri, anche noi vogliamo che 23 amici in carcere siano rilasciati entro domani (oggi per chi legge) alle 07.00 - si legge sul sito dei talebani -. Se i governi summenzionati non ci daranno una risposta positiva entro questo termine, saranno responsabili delle future conseguenze». L’ultimatum era stato lanciato, anche a voce, dal solito Qari Yusuf. Parlando via telefono satellitare con diverse agenzie di stampa ha minacciato che «alla scadenza dell’ultimatum inizieremo ad uccidere gli ostaggi». Le 7 di sera in Afghanistan sono le 16.30 in Italia, ma l’ambasciata coreana ha già aperto un canale di trattativa con i fondamentalisti. Il governo di Seul ha inviato a Kabul una delegazione per discuterne con il presidente afghano Hamid Karzai. Il ministero degli Esteri sudcoreano ha annunciato che i 230 uomini, soprattutto ingegneri e medici, inviati in Afghanistan per missioni non di combattimento, verranno ritirati, come previsto, a fine anno.