Afghanistan, l’Unione cerca di non affondare al Senato

Verso l’accordo sul decreto di rifinanziamento della missione a Kabul. Ma neppure D’Alema crede alla conferenza di pace: «È una belinata»

Roma - La conferenza internazionale di pace sull’Afghanistan? «Una belinata», parola del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema. Ma la «belinata» dalemiana sta per entrare a far organicamente parte del decreto che rifinanzia la missione italiana a Kabul.
Il centrosinistra, alla Camera, ha praticamente definito l’accordo sulle modifiche al decreto, che approderà in aula lunedì prossimo. E alcune delle richieste della sinistra massimalista sono state accolte dal governo, su precisa indicazione del premier: a cominciare appunto dalla fantomatica conferenza di pace («Una bella proposta, ma purtroppo lo sanno tutti che a livello internazionale praticamente nessuno la vuole», disse D’Alema la settimana scorsa), per la cui «promozione» sono stati stanziati 500mila euro, reiterabili il prossimo anno se nel 2007 non se ne facesse nulla, come tutti pensano. D’Alema era fortemente contrario ad inserire la «belinata» nel decreto, ma dopo il tonfo in Senato sulla politica estera se ne è lavato le mani. «Mi aspetto che il voto rispecchi la volontà della stragrande maggioranza del Parlamento», si limita a dire il ministro. È entrato nel testo anche il sostanziale aumento dei fondi per la «cooperazione civile», ma la sinistra non ha ottenuto che vengano sottratti alla giurisdizione militare, argomento su cui Parisi si è impuntato. Bocciati, invece, l’emendamento che chiedeva l’acquisto dell’oppio (prodotto base dell’economia agricola afghana) a fini farmaceutici, per sottrarre una fonte di reddito ai talebani, e quello che riproponeva il «monitoraggio» della missione da parte del governo, al fine di «definire una exit strategy». «Ma il governo si è detto favorevole ad inserire in un ordine del giorno la questione dell’oppio, e a far partire il monitoraggio da parte delle commissioni parlamentari», assicura il capogruppo verde Bonelli. «Quindi siamo più che soddisfatti, e alla Camera voteremo allineati e coperti».
D’altronde a Montecitorio per la maggioranza non si prefigurano grandi sorprese, a parte la probabile opposizione del trotzkista di Rifondazione Salvatore Cannavò, che però non procurerà danni al governo, visto il largo margine di cui gode alla Camera. Anche se i capi del Prc si stanno interrogando sull’ipotesi di espellere anche lui, per par condicio con il senatore Turigliatto. Il problema, come al solito, è al Senato, dove nonostante Follini i numeri restano assai risicati. Non per l’approvazione del decreto: è ormai scontato che la missione verrà riconfermata a larghissima maggioranza, grazie ai voti favorevoli del centrodestra; ma per la conferma della famosa «autosufficienza» del centrosinistra. Prodi ieri ha assicurato: «Ci saranno più di 300 voti a favore, quindi io credo che qualsiasi siano i comportamenti, il problema non si pone». Una previsione che suona anche come un avvertimento a chi, come il Quirinale, ha insistito sulla necessità dell’autosufficienza in politica estera. A Palazzo Madama, infatti, ci sono almeno tre voti a rischio nell’Unione: quello di Turigliatto, e con un’alta probabilità quelli di Fernando Rossi e del verde Mauro Bulgarelli. Con il che diventerebbero di nuovo determinanti per la maggioranza i senatori a vita. Sempre ammesso che la certezza del sì del centrodestra non finisca per diffondere nelle file della sinistra massimalista, certo non soddisfatta per le conclusioni politiche della crisi, la sensazione di poter tenere le mani libere sulla missione.
«Mi auguro che a nessuno venga in mente di mettere la fiducia al Senato, sarebbe suicida...», auspica Elettra Deiana, Prc. Ma Prodi ha già assicurato a Franco Giordano, segretario di Rifondazione, che nulla è più lontano dalle sue intenzioni, e che è pronto a bloccare qualsiasi sollecitazione in merito: al Senato non si proverà mai più ad andare avanti a colpi di maggioranza.