Afghanistan, l’Unione trema per il voto al Senato

Laura Cesaretti

da Roma

Il pressing su Romano Prodi perché si decida a mettere la fiducia sul decreto Afghanistan si è fatto ieri quasi insostenibile.
I famosi «dissidenti» del Senato, anziché diminuire, sono aumentati: ieri agli otto di Rifondazione, Verdi e Pdci si è aggiunto anche il ds Massimo Villone, area Salvi, e il suo ultimatum non potrebbe essere più chiaro: «Voterò no al rifinanziamento della missione in Afghanistan, come ho sempre fatto». A meno che... «Voterò sì - aggiunge - solo se il governo metterà la fiducia». Al vicecapogruppo dell’Ulivo, il dalemiano Nicola Latorre, scappa la pazienza quando legge la dichiarazione: «Stiamo messi proprio bene... Non ho parole. A questo punto mettere la fiducia diventerà inevitabile, ma è la prova di un problema politico grosso, che non si può risolvere mettendo una fiducia dietro l’altra».
Con nove senatori in meno, cui probabilmente se ne aggiungerebbero altri (a cominciare dalla «dipietrista» Franca Rame) c’è praticamente la certezza che - senza il vincolo della fiducia - per far passare le missioni militari il governo dovrebbe contare sui voti decisivi dell’opposizione. Il che non comporterebbe conseguenze pratiche immediate sull’esecutivo, ma farebbe emergere alla luce del sole il «problema politico» di cui parla Latorre: così la maggioranza non ce la fa, e ogni voto diventa «un terno al lotto», come dice il ds Pettinari.
E la Cdl non mancherebbe di cavalcarlo, come Silvio Berlusconi ha fatto chiaramente intendere nel suo intervento di mercoledì alla Camera, spiegando che se il centrosinistra si dimostrasse «non autosufficiente» a Palazzo Madama «sarà vostra responsabilità, signori del governo, indicare una strada seria per uscire dalla crisi», perché un Paese senza maggioranza in politica estera sarebbe «ridicolo».
A sollecitare Prodi perché metta la fiducia sul voto di martedì non è solo Rifondazione, che ne fa una sorta di «prova d’amore» da parte del premier nei suoi confronti: la prova che Prodi non ha intenzione di puntare su operazioni di «allargamento» della maggioranza a settori moderati della Cdl per rendere inoffensiva l’ala sinistra della sua coalizione.
C’è anche il gruppo dell’Ulivo di Palazzo Madama, a premere: «È l’unica strada per dimostrare che la maggioranza c’è, non ci sono alternative possibili perché senza fiducia i dissensi non rientrano, anzi rischiano di ampliarsi», va spiegando in queste ore la presidente dei senatori Anna Finocchiaro, ds. E anche un ministro di provata fede prodiana come Arturo Parisi sostiene da un paio di giorni che è meglio blindare la maggioranza sull’Afghanistan anziché affidarsi ai voti Cdl. Poi, il sigillo di Massimo D’Alema: «Legittimo per vincolare al voto chi non è d’accordo». Con una postilla: «Un governo che non ha i numeri per far approvare la propria politica estera è destinato a durare poco». Eppure, ieri sera da Palazzo Chigi arrivavano a Rifondazione segnali poco rassicuranti: «Prodi resiste, e non sembra affatto propenso a mettere la fiducia». E non solo perché sarebbe una prova di estrema debolezza: l’Afghanistan sarebbe il secondo voto di fiducia in calendario al Senato, insieme a quello sul decreto Bersani.
A far nicchiare il premier sarebbe il terrore che i numeri non tornino, e che si ripeta il capitombolo del ’98, quando il suo primo governo cadde per un voto. E poi una forte perplessità che arriverebbe dal Quirinale: «Napolitano - sussurrano in molti nell’Unione - è contrario ad andare avanti a colpi di fiducia sulla politica estera, vuole un’intesa bipartisan».
E lo stesso premier sarebbe tentato dal cogliere l’occasione per iniziare quell’operazione politica di «allargamento» della maggioranza che quasi tutti nel centrosinistra giudicano ormai «inevitabile»: «Se non cerca di farla lui, la farà di sicuro qualcun altro dentro il suo governo, e Prodi a quel punto rischierebbe il posto», spiega un membro dell’esecutivo.
Da Palazzo Chigi ventilano un’ipotesi: niente fiducia, ma un forte appello del premier alla coesione della maggioranza, che funga da implicito riconoscimento dei «dissidenti». Basterà?