Afghanistan, nessuna intesa Il premier si rifugia in un rinvio

Vertice a Palazzo Chigi con D’Alema e Parisi: si studierà un testo per accontentare i dissidenti Ma la sinistra radicale non molla: «Serve un segno di discontinuità». Casini: noi voteremo a favore

da Roma

No, «non tireranno la corda più di tanto», non saranno così irresponsabili, non faranno cadere il governo sull’Afghanistan. Clemente Mastella ne è sicuro. «Il rifinanziamento della missione alla fine passerà - prevede -, il centrosinistra si ricompatterà e ci saranno i numeri pure al Senato». Anche Piero Fassino la pensa così: «Tranquilli, troveremo l’accordo. Il governo è più forte di quello che si crede. Abbiamo già dimostrato con la missione in Libano che l'Italia ha ritrovato un ruolo centrale, una funzione e un credito internazionale». In ogni caso la maggioranza potrà contare sull’appoggio dell’Udc: «Voteremo sì - annuncia Pierferdinando Casini - . Siamo gente seria, appoggeremo i nostri soldati che lottano contro il terrorismo». L’ottimismo del segretario ds e del Guardasigilli è inossidabile, non si arrugginisce nemmeno a contatto delle acide dichiarazioni dei capi di Rifondazione. Come quelle di Paolo Ferrero, ministro per la Solidarietà, che non vede «le condizioni per un nostro voto favorevole». O quelle di Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera, che in cambio del sì chiede «una forte iniziativa politica e un segnale di discontinuità». Intanto l’ala riformista avverte: «Niente ricatti, l’estrema sinistra non può dettare la linea».
Romano Prodi medierà. In serata a Palazzo Chigi il Professore incontra Massimo D’Alema e Arturo Parisi per fare il punto della situazione (anche se ufficialmente l’argomento Afghanistan non è stato toccato). La prima decisione è quella di rinviare il tutto di qualche giorno, sperando che la bufera si plachi un po’. La questione verrà così affrontata solo dopo il ritorno del premier dalla Turchia e il pranzo con Putin, studiando un testo che riesca a mettere d’accordo il rispetto degli accordi internazionali con quel «segnale di discontinuità» reclamato a gran voce. Magari basterà ampliare l’intervento con degli impegni sul piano politico e umanitario e una presa di posizione a favore di una conferenza internazionale di pace.
Il Prc appare comunque in trincea. Dopo aver subito il via libera di Prodi al raddoppio della base usa di Vicenza, ora vuole prendersi una rivincita alzando la posta. Mastella probabilmente ha ragione, il partito di Bertinotti non arriverà al punto di provocare una crisi di governo. Però, come spiega Ferrero, «il decreto va cambiato, non voteremo un semplice rifinanziamento della missione». Come? «Si tratta di dire in che direzione vogliamo andare, non si può restare fermi in una palude ad aspettare non so che cosa, come se lo avesse deciso il Fato». E Migliore: «Noi lavoriamo per il ritiro dei nostri soldati da tutti gli scenari di guerra. Bisogna trovare una soluzione unitaria che segni un’ulteriore differenza rispetto a quanto è accaduto finora».
Su questo darà battaglia tutta la sinistra radicale. Dice Pino Sgobio, capogruppo Pdci alla Camera: «È opportuno che si apra una discussione seria e articolata sulla nostra spedizione in Afghanistan. L’Unione farebbe bene a trovare una soluzione che possa portarci via al più presto. Occorrono scelte coraggiose». Aggiunge Marco Rizzo, eurodeputato dei Comunisti italiani: «L’elettorato di sinistra vuole che ce ne andiamo da Kabul. Se il decreto passasse con i voti della Cdl, cambierebbe la geografia del governo». Conferma Angelo Bonelli, presidente dei deputati verdi: «È necessario lavorare a un'exit strategy perché in Afghanistan la strategia militare è fallita, coma ha ammesso lo stesso segretario della Nato. Oggi la popolazione soffre come ieri e addirittura rimpiange i talebani. Abbiamo già dato prova di responsabilità, ora tocca agli altri».
Sull’altra sponda i moderati del centrosinistra invitando il governo a tenere duro. Mauro Fabris, capogruppo dell’Udeur, non capisce «il collegamento tra Vicenza e Kabul». «La nostra politica estera - afferma - è stata già chiaramente modificata nel senso del multilateralismo, perciò i ricatti non sono accettabili». Sostiene la ds Marina Sereni, vicecapogruppo dell’Ulivo alla Camera: «Siamo contrari a un’exit-strategy perché l’orientamento prevalente è quello di proseguire l’impegno nell’area. Lavoriamo per l’unità del centrosinistra ma confidiamo pure nel senso di responsabilità dell’opposizione». Prudente anche Fabio Mussi, leader del Correntone: «Non mi pare il momento di annunciare ora il ritiro, ma certo bisogna avviare una riflessione». E per il socialista Roberto Villetti «il tormentone ripreso dalla sinistra estrema non porta da nessuna parte, ma indebolisce la credibilità della nostra politica estera e dà l’impressione di un governo che fatica a tenere la rotta in in mare in tempesta».