Afghanistan, Obama copia la strategia di Bush

L’ha presentata come una «nuova strategia», ma di innovativo non ha proprio nulla. Anzi, sa di antico, di un’America meno pacifista e più combattiva, che individua nel terrorismo la minaccia principale alla propria sicurezza. Diciamola tutta: un’America che ricorda quella di Bush. Eppure è quella di Obama, che ieri sera si è rivolto al Paese, pronunciando un solenne discorso da uno dei simboli più cari al popolo americano, l’Accademia militare di West Point. Un discorso nel quale ha delineato gli obiettivi della politica Usa in Afghanistan, annunciando l’invio di altri 30-35 mila soldati, ai quali gli alleati dovrebbero aggiungerne 5-10 mila.
Barack doveva scegliere se continuare la guerra contro Al Qaida e i talebani iniziata nell’autunno del 2001, pochi giorni dopo l’11 settembre, o se rassegnarsi alla sconfitta, avviando un progressivo disimpegno. Ha esitato a lungo, com’è nella sua natura. Il Grande Comunicatore in realtà non è un decisionista, ma un politico di indole prudente. In campagna elettorale e fino alla scorsa primavera sembrava sostenere l’invio delle truppe, ma durante l’estate era parso amletico e la sua titubanza aveva alimentato le speranze (e le pressioni) della sinistra democratica, favorevole a un disimpegno analogo a quello previsto per l’Irak.
Ieri Obama ha scelto le ragioni della continuità, anche a costo di deludere una parte consistente del proprio elettorato. Ha dato retta all’establishment che da tempo ritiene indispensabile concludere la missione in Afghanistan nell’unico modo possibile: con la vittoria, possibilmente in tre anni, scadenza entro la quale vorrebbe la fine della guerra e il ritiro del grosso delle truppe.
Quella di ieri è stata una giornata infausta per l’America liberal e, forse, la fine del mito del presidente buonista. L’uomo appena insignito del Nobel della Pace ha deciso di puntare sulla guerra. Quei 30mila soldati avranno il compito di estirpare le cellule di Al Qaida e, soprattutto, di annientare definitivamente i talebani, che controllano zone importanti del Paese. La sinistra statunitense ritiene che un impegno di questo tipo sia sconveniente, considerata la scarsa credibilità del presidente Karzai, che guida un regime corrotto e che si è appena fatto rieleggere manipolando le elezioni. Le loro obiezioni sono ragionevoli: a Kabul non si vede una classe dirigente capace di cambiare davvero il Paese ed è improbabile che le truppe afghane possano garantire il controllo del territorio nei prossimi mesi.
Ma sono prevalse le ragioni della realpolitik, promosse dal ministro della Difesa Robert Gates e, soprattutto, da un generale che l’America rispetta profondamente: David Petraeus, il quale, dopo aver rimediato agli errori commessi per anni in Irak, è stato promosso capo del Comando Centrale. Militare saggio e previdente, ritiene che andarsene ora equivarrebbe a riconoscere la vittoria dei talebani e dunque a ritrovarsi tra qualche anno con un Paese trasformato di nuovo in un santuario del terrorismo fondamentalista. Petraeus, d’intesa con il capo delle forze Usa in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal è convinto che la guerra possa essere ancora vinta e che l’unico modo per riuscirci sia quello di aumentare le truppe.
Il pronunciamento di Obama assume anche una forte valenza politica. Già, perché sia Gates che Petraeus sono stati nominati da Bush e lo stesso McChrystal, benché scelto da Obama, ha fatto carriera in Irak tra il 2003 e il 2008. E se si considera che anche il capo della Fed, Ben Bernanke, esce dalla covata di George Bush, la mappa del potere a Washington risulta diversa da come viene percepita dal pubblico. Non a caso nella classifica dei cento pensatori guida stilata dalla rivista Foreign Policy, l’ex vicepresidente Dick Cheney appare al tredicesimo posto; benché non abbia più incarichi ufficiali, precede di gran lunga politici progressisti prestigiosi come lo speaker della Camera Nancy Pelosi e quasi tutti i ministri della nuova amministrazione.
Una certa America, conservatrice, continua a contare moltissimo nei Palazzi di Washington. Anche alla Casa Bianca. E dopo dieci mesi lo stesso Obama ieri, di fatto, lo ha riconosciuto. Sul podio di West Point, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce.
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