Afghanistan, Prc in difesa: «Anche noi vogliamo il ritiro»

Il segretario Giordano si giustifica enfatizzando i risultati ottenuti: «La politica estera sta cambiando, ora in agenda ci sono le guerre dimenticate che non interessano agli Stati Uniti»

Luca Telese

da Roma

Il primo effetto delle polemiche senza quartiere sulla missione irachena è che adesso anche Rifondazione rilancia. E lo fa per bocca del suo dirigente più autorevole, il segretario del partito Franco Giordano, che da Palermo alza il tiro nel tentativo di dissolvere l’immagine di un partito più incline al compromesso dopo l’ingresso al governo: «Il nostro obiettivo è quello di far rientrare tutte le truppe dall’Afghanistan».
Parole chiare. Dopo i giorni dell’accordo nella maggioranza, e dopo le durissime polemiche con il Pdci (che sembra avere una posizione più radicale) di sabato, Giordano valorizza i risultati raggiunti: «I nostri mezzi e le nostre truppe saranno ridotte, le poste finanziarie vengono spostate sugli interventi civili, si farà l’Osservatorio». E subito dopo spiega: «Il problema non è nostro, è dell’Unione. Ci siamo impegnati con grande determinazione nel tentativo di modificare l’impegno del nostro Paese in Afghanistan. Qualcosa - ha proseguito il segretario di Rifondazione - siamo riusciti a ottenere ma naturalmente l’opzione resta quella del ritiro completo delle nostre truppe e lo faremo assieme a tutto il movimento pacifista. Il resto, francamente, non mi interessa». Ovvero: il governo non si illuda che con il decreto la trattativa sia chiusa. Che cosa significa questo? Che a metà luglio, quando il dibatitto sulla mozione arriverà in aula i giochi potrebbero riaprirsi. Non solo.
Giordano spiega che gli obiettivi di Rifondazione sono più ambiziosi e non si limitano solo alla missione afghana: «La politica estera - ha annunciato - sta cominciando a cambiare: è vittoria di tutto il movimento pacifista il ritiro inequivoco dall’Irak. Trovo importante che finalmente incomincino a emergere temi come le guerre dimenticate, per esempio quella nel Darfur, presente anche nel decreto del rifinanziameto delle missioni. Dimenticate perché non sono negli interessi immediati geopolitici degli americani». «Noi - ha concluso - vogliamo al contrario ricostruire l’agenda delle priorità degli interventi del nostro Paese. Chiederemo con forza un intervento immediato nel conflitto israelo-palestinese».
E intanto continua la trattativa degli ormai leggendari «otto» senatori che avevano dichiarato l’intenzione di votare «no». C’è chi dice che quelli disposti ad andare sino in fondo siano sono sette, chi addirittura punta solo sui quattro delle due minoranze di Rifondazione, dando per scontato il ritorno all’ovile dei tre parlamentari Verdi. Così ieri uno di loro, Mauro Bulgarelli, ha annunciato che non ha alcuna intenzione di gettare la spugna, ha ribadito la richiesta di un incontro dei dissidenti unionisti con Romano Prodi e ha spiegato perché a lui il decreto non va ancora bene. «Il testo approvato dal Consiglio dei ministri sul rifinanziamento della missione in Afghanistan - spiega in una sintesi brutale ma efficace - non contiene alcun elemento di reale discontinuità con quello del governo Berlusconi e, per quanto mi riguarda, rafforza le ragioni del no». Di più: «Il governo - attacca il senatore verde - è rimasto impermeabile alle nostre sollecitazioni e ha licenziato un decreto che inevitabilmente porterà a un coinvolgimento delle nostre truppe in operazioni belliche. Da parte di suoi autorevoli esponenti - prosegue - registro un atteggiamento inaccettabile nei nostri confronti; mi riferisco alle uscite dei ministri Parisi, Di Pietro e Mastella che trascorrono tempo prezioso a indirizzarci minacce invece di impiegarlo più proficuamente. Se non sono capaci di rapportarsi con noi su un piano politico, li esorto vivamente a risparmiare il fiato. E aggiunge: «Anche il tentativo di ridurre il nostro dissenso a una querelle interna al movimento pacifista mi sembra francamente fuorviante: continuo ad auspicare che dal governo provenga un segnale chiaro di ascolto e di disponibilità. Noi abbiamo rivolto un appello a Prodi a incontrarci, per discutere non di formule astratte o di alchimie lessicali ma del futuro della politica estera di questo Paese, della necessità di una svolta di senso e di prospettiva strategica sul tema della guerra. Rinnovo questo appello - conclude Bulgarelli - e confido nella disponibilità di Prodi ad accoglierlo, certo che sarebbe l'unica strada praticabile per un confronto costruttivo». Insomma, una posizione molto chiara, e molto intransigente. Sarà difficile, per Prodi, recuperare tutti gli otto voti dei «ribelli».