Afghanistan, pressing del Prc: «Bisogna accelerare il ritiro»

Deiana: «Dopo il sì al rifinanziamento della missione non daremo altre deleghe al governo»

da Roma

La sinistra critica dei «ribelli» lo chiama sic et simpliciter l’«imbroglio di luglio». Ma il grosso del partito «trattativista» non ha mai smesso di credere all’accordo che portò al rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, e in particolare alla commissione per il monitoraggio della situazione in Afghanistan. Una situazione che, come dimostra la cronaca quotidiana, è diventata incandescente. Dopo le grida d’allarme piovute nei giorni scorsi da Gigi Malabarba, ieri Elettra Deiana, vicepresidente rifondatrice della commissione Difesa della Camera, ha voluto richiamare pubblicamente il governo al rispetto dell’accordo.
«Il sostegno al rifinanziamento della missione, votato a luglio, era vincolato alla creazione di una commissione di monitoraggio che avrebbe dovuto studiare le forme di un graduale disimpegno delle nostre forze militari dal fronte di guerra - ricorda la Deiana -. A oggi è ancora tutto fermo: in Afghanistan si continua a morire e i nostri soldati continuano a essere in pericolo». A muovere l’attenzione della deputata prc anche le numerose dichiarazioni di «importanti esponenti del governo e dell’Unione» ascoltate in questi giorni «sulla natura e sul futuro della nostra missione» che la Deiana definisce «sorprendenti». A colpirla negativamente, spiega, «è la sicurezza con cui ci si esprime su una materia non decisa in sede di programma e oggetto di numerosi contrasti all’interno della maggioranza». Per questo, conclude, è «urgente» l’apertura di un tavolo «che affronti seriamente la questione in modo condiviso: sia chiaro però che non siamo disposti a dare deleghe su una materia sulla quale non esistono le condizioni di un accordo e sulla quale abbiamo già dimostrato il nostro senso di responsabilità».
Nell’analisi dei parlamentari di Rifondazione anche l’attentato al convoglio italiano di pochi giorni fa aveva dimostrato ancora una volta che «nulla è cambiato: il processo di democratizzazione del Paese è a un punto morto, l’economia è al disastro, i livelli di corruzione insostenibili e tutto questo rende difficile creare consenso attorno al governo Karzai sempre più stretto nella morsa dei Taleban». Ciò nonostante, il segretario rifondatore, Franco Giordano, aveva tenuto a rimarcare soprattutto il senso di solidarietà nei confronti dei soldati italiani feriti e a non premere sulla richiesta del ritiro, che pure continua a essere per Prc la «strada maestra» di una «guerra fallimentare». «La nostra posizione è nota: occorrerebbe inaugurare una strategia di exit strategy, nel contempo aiutando l’Afghanistan in altri modi», aveva chiarito Giordano.
Pur senza gridare al ritiro «ora e subito» (come invece avevano fatto il Pdci di Diliberto e qualche esponente dei Verdi), Rifondazione resta intenzionata a far valere il «patto di luglio». «Un imbroglio plateale», secondo l’accusa di Malabarba. Il primo a chiedersi: «Che fine ha fatto la commissione?», e a sentire puzza di bruciato: «Noi vorremmo lavorare con tutti coloro che hanno accettato il terreno di verifica della nostra missione. Sempre che anche questa commissione non sia un semplice bluff...».