Afghanistan, la Rice vuole più soldati D’Alema: nessuno ci ha chiesto nulla

Al vertice Nato di Bruxelles gli Stati Uniti auspicano un maggior impegno degli alleati. Il ministro degli Esteri: ci hanno ringraziato, anche per la base di Vicenza

nostro inviato a Bruxelles

E i dissidi sul Medio Oriente? Le accuse per il raid aereo in Somalia? Le differenti visioni su Teheran? Macché. Tutto dietro le spalle. Massimo D'Alema vola a Bruxelles per il vertice Nato e - affrancato finalmente dal rischio di trovarsi spiazzato dagli ultrà di casa nostra, visto che le tre astensioni in consiglio dei ministri contano poco o nulla - incassa soddisfatto il «grazie» di Condoleezza Rice «per le difficili decisioni prese sull'Afghanistan e per l'allargamento della base di Vicenza»; premurandosi di far presente a quel punto al segretario di Stato Usa di non trascurare «le preoccupazioni emerse tra autorità e cittadini» della città berica «per l'impatto urbanistico ed ambientale, come già espresso nella delibera del Consiglio comunale» di cui, spera, «gli americani terranno conto».
Chi si aspettava un D'Alema sulle barricate deve deporre l'idea. Il ministro degli Esteri non si sarà vestito a stelle e strisce, ma ha preso seccamente le distanze dai rigurgiti anti-Usa sollevati in Veneto ma anche e soprattutto a Roma dall'ala massimalista della coalizione. Arriva a sostenere che «nessuno, ma proprio nessun Paese al mondo, Cina compresa, chiede il ritiro della missione internazionale spedita in Afghanistan per debellare il massimalismo talebano». Né si tratta - ci tiene a sottolineare - di una missione Nato, visto che oltre ai Paesi dell'alleanza, sono impegnati militari di altre 13 nazioni. E che esiste un mandato Onu che presto verrà rinnovato.
Peccato che proprio in Italia, invece, lo si contesti dai banchi della sua stessa maggioranza. Peccato che a chiedere il ritiro dei nostri 3.000 soldati ci siano anche tre ministri come lui. Ma a Bruxelles lasciano correre. Il titolare della Farnesina è salito nel quartier generale di Evere forte del decreto varato giusto la sera prima dal Consiglio dei ministri, grazie al quale ha potuto acquisire il ringraziamento della Rice, ma anche del segretario generale della Nato Joop De Scheffer, per il quale - inutile nasconderlo - «si prospetta in Afghanistan un impegno ancora a lungo termine». Tanto che gli Stati Uniti hanno fatto capire che a fronte dell’aumento delle loro truppe si aspettano un maggiore impegno anche dagli alleati. Dal canto suo D’Alema ha detto che «nessuno ha chiesto nulla di particolare all’Italia».
Non c'è solo una possibile ripresa dell'iniziativa talebana in primavera, da contrastare. C'è, ancora e soprattutto, da ripristinare la macchina statale di Kabul. E in questo senso D'Alema fa sapere che l'Italia potrebbe anzi esser coinvolta in misura maggiore: istruendo ad esempio le guardie confinarie che dovrebbero evitare il continuo e massiccio trasporto della droga verso il Pakistan.
Certo, qualche parola verso un impegno in prospettiva più «civile» che «militare», per blandire un po' la sinistra estrema, D'Alema se la spende. Ricorda una conferenza sui problemi delle donne e della giustizia che si va costruendo; tiene a smentire seccamente una «terrificante lettera di Parisi» in cui il ministro della Difesa avrebbe negato più fondi a iniziative di cooperazione chiedendone la destinazione ai militari; e, ancora, torna un'ennesima volta sulla terapia da lui lanciata: quella di una conferenza di pace internazionale sull'Afghanistan da tenersi tra chi tenta di far decollare il governo Karzai e i Paesi confinanti (anche se alla Rice confida che l'Italia sarà fermissima nell'applicare le sanzioni decise dall'Onu nei confronti di Teheran nel momento in cui non ci fosse altra via d'uscita). Ci tiene anzi a far presente come la sua idea, prima appena appena ascoltata, gli sembri ora aver trovato varchi, vista la difficoltà della situazione e la convinzione di dover passare dalle sole armi alla politica. Ma ammette anche, D'Alema, che se gli Usa non dicono di no (ma neanche di sì) è forse ancora prematuro poter pensare di concretizzare l'ipotesi. «Intanto - spiega - occorre che decidano Onu e Kabul... poi toccherà agli altri».
Resta il fatto che, almeno in sede Nato, pare ristabilita almeno in parte l'armonia Roma-Washington, messa a rischio da una serie di prese di posizione del governo Prodi che al di là dell'Atlantico erano state interpretate alla stregua di attacchi immotivati. D'Alema incassa il «grazie» e si premura di far capire che non poteva non esserci visto che - al di là di Vicenza - «il nostro impegno in Afghanistan è tutt'altro che irrilevante, di fronte a impegni assunti da altri, tanto nella presenza militare (siamo il 10% delle truppe colà inviate) quanto nell'impegno col governo Karzai». A Giordano, Diliberto, Pecoraio Scanio e a non pochi altri, forse ieri fischiavano a lungo le orecchie. Anche se Bruxelles è lontana da Roma.