Aforismi che contengono il sale della letteratura

«La bellezza e le tenebre» raccoglie gli scritti dedicati agli autori prediletti: da Cervantes a Machado a Dostoevskij

Maestri dell’aforisma ne conosciamo più d’uno. Pensiamo soltanto, per citare tre giganti, al prorompere wagneriano di Nietzsche, all’etereo umanesimo di Leopardi, alla perfetta meccanica di Kafka. Ma plasmare la melodia aforismatica fino a piegarla al dettame della critica è un’esclusiva di José Bergamín. Le prose dello spagnolo che ci conducono «nei labirinti della parola poetica» raccolte in La bellezza e le tenebre (ed. Medusa, pagg. 160, euro 16,50, traduzione di Andrea Fantini, in uscita oggi) ce lo dimostrano. In questi brevi capitoli, in cui, appunto, il discorso procede con pensieri fulminanti legati insieme dall’acume dell’autore (che fu filosofo e poeta), incontriamo i «suoi» autori: Cervantes, Calderón de la Barca, Lope de Vega, Dostoevskij...
«Il tempo non passa, il tempo comincia», dice Éluard. E Bergamín sottoscrive. Da parte sua Calderón suona la «musica del sangue». E Bergamín sottoscrive ancora. Da un lato l’eterno presente di ciò che è atemporale, dall’altro la sua materialità: ecco i due segni distintivi, i due capisaldi della poesia. E se Baudelaire si rivolge accorato agli angeli affinché testimonino la sua attività di «perfetto chimico» nel trarre da ogni cosa «la quintessenza», Machado ribadisce: «Qualcosa che è terra nella nostra carne sente l’umidità del giardino come lusinga». Così Bergamín accoglie e rilancia il concetto: «Nessun poeta ha mai rinunciato del tutto all’incanto del sensibile. Perché senza la magia musicale delle parole, come senza trascendenza mistica, non può esserci poesia. Un’idealizzazione assoluta sarà sempre impossibile in poesia». Ed è Cervantes, il prediletto Cervantes, che fa dire a Periandro, in Persile e Sigismonda, l’acuta frase: «L’anima non può che stare con un piede sulle labbra e l’altro sui denti». L’anima è parola che viaggia, s’invola, erra.
Nel suo moto perpetuo, avverte tuttavia Bergamín, l’anima incontra tre nemici: «Il romanzo moderno si genera e corrompe mediante la storia, la psicologia e la morale». La storia che «succede», si svolge, si srotola cancellando il presente; la psicologia figlia del «costumbrismo», dei costumi, del «si può» o «non si può» fare; la morale «scientifica» che il cristiano e cattolico Bergamín tiene ben distinta dall’evangelico «non giudicate». Ed è proprio per via di negazione che da Cervantes si giunge a Dostoevskij che sceglie di osservare il mondo «da un buco», il buco di un fatto, di un crimine (Delitto e castigo, I fratelli Karamazov).
«L’amore - scrive Bergamín -, nei romanzi del russo, in questo mondo romanzesco, si rivela in maniera opposta a quella luminosa del mondo cervantino: in un torbido consegnarsi all’oscurità, alle ombrose e occulte, sotterranee viscere della sua gestazione primitiva». Gli estremi si toccano: la trasparente maschera di Don Chisciotte diventa l’espressione inumana (subumana?) di Ivan Karamazov e di Raskolnikov.