Agamben, il sacro e il profano

Profanare è l’inverso di consacrare e significa spostare qualcosa da un universo condiviso con il divino per ricondurlo all’uso comune. Disinnescate le intenzioni cultuali, azioni e eventi sacri si ricodificano in un fare mondano e, a quel punto, l’umano si riappropria di quanto è stato confiscato, relegato in uno spazio magico e separato. Spazio la cui gestione, nella storia, ha voluto dire potere. Dunque, profanare sta anche per indebolire, alleggerire forme di egemonia e dominio. Essenziale è la «discesa nel mondo» degli apparati rituali. La loro trasformazione in gioco, per esempio: ripetendo, reinterpretando ludicamente il gesto impregnato di sacralità non mi limito a modificarne senso e scopi ma lo riformo e, paradossalmente, con la profanazione purifico, rimobilito le energie e le tensioni che lo animano. E, a ben vedere, qualunque attività (perfino la guerra...) può decadere a puro gioco, purché attraversata da disimpegno e disinganno: allora profanare segnala un atto che lavora ben oltre l’opposizione sacro-profano per imporsi come la radice nascosta di ogni operazione tesa a reinvestire i movimenti della vita di inedite, forse più pure o elementari intenzioni. «Gioco» è un concetto-chiave della cultura novecentesca. Eppure, come tensione ad abolire le separazioni resta ancora poco pensato nella sua portata eversiva. Anzi, il rischio della modernità sta nel possibile esaurimento delle spinte al gioco: dove sparisce l’utilità reale e prevale solo lo spettacolo delle cose, l’esibizione gratuita, la messa in mostra di prodotti, di merci, di noi stessi, lì è il ludus stesso a non avere più nulla da profanare. Da questo punto di vista è, o dovrebbe essere, un compito «politico» rendere alla profanazione la sua vocazione fondamentale. Attraverso quali soggetti e quali strategie, è tutto da decidere: per un avvenire meno tetro e appiattito. E un pensiero meno unico. Queste (inevitabilmente ridotte) sono alcune tra le tesi scritte in uno tra i libri più acuti e provocatori usciti recentemente: Profanazioni (Nottetempo, pagg. 110, euro 12) di Giorgio Agamben, intellettuale di insolita forza etica capace di intrattenersi dentro quella sottile o abissale differenza che Heidegger istituiva fra denken e dichten (tra pensare e poetare, secondo la forzosa traduzione italiana). O tra filosofia e narrazione. Forse, è proprio l’attitudine a restare (o resistere?) tra due modi di darsi delle cose, di insistere a guardare partendo da quel «fra» dove sempre mancano orizzonti di senso stabili, lo stile di pensiero che consente ad Agamben di afferrare e rileggere modernità, tradizione e storia sotto due luci, di chiarire in una doppia focalizzazione ogni evento, ogni dettaglio dell’evento.