Un agente Fbi musulmano è il nuovo eroe della tv Usa

Il piccolo schermo non ha più paura di parlare di terrorismo: da dicembre su Showtime «Sleeper cell»

Silvia Kramar

da New York

Le immagini di Londra appaiono ancora sulle reti televisive americane, insieme alla paura di un nuovo attentato negli Usa. Il senso di fratellanza tra i superstiti delle Torri gemelle e quelli del metro londinese è sincero e palpabile. Ma nelle strade di Los Angeles una troupe televisiva sta già girando una serie che, quest'autunno, provocherà ampie reazioni.
Sleeper cell, questo il nome della serie, colpisce al cuore un mondo americano succube del terrore e lo fa raccontando la storia di un agente dell'Fbi che riesce a penetrare in una cellula terroristica musulmana per un solo motivo: è musulmano anche lui. Il personaggio, interpretato da Michael Ealy, si chiama Darwyn e per la prima volta nella storia dei serial americani porta lo spettatore nel quotidiano di un seguace di Maometto: la telecamera lo mostra mentre prega alla Mecca, legge il Corano e frequenta una moschea californiana.
Mai prima d'ora la televisione americana (né prima né dopo l’11 settembre) aveva osato trasformare un musulmano in un eroe. Ma il team creativo di Sleeper cell, che quest'autunno sarà trasmesso, in dieci puntate, sulla rete via cavo Showtime, sapeva quel che faceva: tre degli autori sono a loro volta musulmani, decisi a portare sui piccoli schermi un realismo che preoccuperà gli americani. I loro terroristi, difatti, sono esattamente come se li immagina l’America: padri di famiglia, gente normale che va al parco e organizza festicciole di compleanno per i propri figli, che prende i mezzi pubblici, chiacchiera per strada e sorride. Intanto, nelle riunioni segrete della loro cellula, organizzano una serie di attentati. Usando minivan per pattugliare i prossimi target, mescolandosi alla folla, studiano attentamente i particolari dei loro prossimi obiettivi: due impianti nucleari californiani, lo stadio del football Roseball e l'aeroporto internazionale di Los Angeles. Tutti da attaccare in simultanea.
Il capo della cellula si chiama Farik: appartiene a una corrente radicale dell’Islam ma si nasconde in una sinagoga, dove si spaccia per un ebreo. Rispettando lo Shabbat e fingendosi studioso della Torah, Farik praticamente non compare mai sui tabulati dei servizi segreti Usa che, anzi, non hanno nemmeno il suo nome sulla lista dei musulmani di Los Angeles. Gli altri terroristi sono descritti un po’ come i mafiosi italoamericani nei Soprano. Vivono in quartieri della middle class, in casette tranquille, mandano i propri figli alla scuola pubblica. Alcuni impongono alle loro mogli di indossare il velo e vanno alla moschea col kafir in testa, ma i vicini di casa li considerano gente tranquilla.
Gli americani, vedendo Sleeper cell avranno paura. «Per la prima volta abbiamo creato un agente dell’Fbi musulmano che si trova di fronte a una situazione davvero difficile» spiega Kamran Pasha, uno degli sceneggiatori, musulmano, nato a Karachi, in Pakistan ma cresciuto a Brooklyn. «Rischiamo, lo so, che milioni di americani si convincano che il loro vicino di casa è un terrorista. O che altri si domandino se sia possibile che l'Fbi abbia veramente un agente musulmano».
«Non stiamo creando un nuovo James Bond o un mafioso da fumetto, ma un personaggio reale in un mondo che mette paura» riflette Robert Greenblatt, presidente della Showtime. A portare il progetto alla sua attenzione due produttori tv: uno protestante e l’altro ebreo, Ethan Reiff. «Quando le ceneri dei morti dell’11 settembre cadevano sulla mia casa di Brooklyn - spiega Reiff -, sapevo che non era ancora il momento per una serie come questa. Ma adesso l’America ha bisogno di aprire gli occhi. I terroristi vivono tra noi».
Una delle scene salienti della quarta puntata mostrerà un allievo di una scuola coranica della moschea di Los Angeles: quest’ultima ha permesso alla troupe televisiva di girare nei suoi interni solo dopo lunghe discussioni religiose con i produttori musulmani. Nella scena, lo scolaro cercherà di convincere un ragazzo che si sta facendo plagiare dai terroristi e che nessun passaggio del libro di Maometto incita alla violenza. Alla distruzione di persone innocenti. Al terrorismo.