Ma gli agenti già protestano: impossibile, solo propaganda

L’ira del sindacato: "Servizio esterno? Manca il personale, oggi a stento riusciamo a garantire la sicurezza nelle prigioni"

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Roma - «Da questa amministrazione abbiamo avuto solo tante chiacchiere e tanta propaganda. Ma al di là di vuote affermazioni di principio, in concreto non si fa niente». Il segretario generale dell’Osapp, Leo Beneduci, non nasconde il suo scetticismo sull’ultima idea di Mastella: utilizzare la polizia penitenziaria per i controlli dei detenuti in esecuzione penale esterna. «La proposta - spiega il sindacalista - è legittima, il nostro corpo ha la competenza e la professionalità per svolgere questo compito. Ma il ministero vuol farlo senza prevedere alcun incremento d’organico e senza garantire la copertura finanziaria. Insomma, come sempre si mette il carro davanti ai buoi».

E i «buoi», anche volendo spingere, sono un po’ pochini. «Per farci carico di queste mansioni, che tra l’altro ci spetterebbero per legge, abbiamo bisogno di altri 6-7mila uomini», sospira Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, il Sappe. Capece rivendica quelle competenze, ma avverte Dap e Guardasigilli: «Così come stiamo, non ci bastano gli uomini per garantire la sicurezza all’interno delle carceri che tornano rapidamente a riempirsi. Saremmo lieti di creare i nuclei di verifica sul territorio affidati alla polizia penitenziaria, ma è tempo di aumentare il personale». Anche perché «al momento in Italia abbiamo 100mila persone che scontano una pena in esecuzione esterna: controllarli è un nostro compito, ma ci vogliono gli uomini per poterlo fare, altrimenti la sperimentazione in accostamento a polizia e carabinieri servirà a poco».

«Siamo l’unico corpo di polizia che dal ’91 non ha un incremento di organico, mentre nello stesso periodo i detenuti sono cresciuti almeno del 40 per cento, e il rapporto, per i compiti di custodia, è sbilanciato: ci sono strutture dove, di notte, c’è un solo agente per 200 detenuti. E quanto alle carceri inutilizzate, come si può pensare di aprirle se non c’è il personale?», rilancia Beneduci. Che ricorda come anche l’indulto mastelliano abbia portato «danni seri» a chi lavora nelle carceri: «Era quasi meglio prima, quando la situazione era al collasso e le condizioni nei penitenziari indecenti. Quel provvedimento - prosegue il sindacalista - doveva dare due anni di tempo per riformare il sistema, attuare riforme come quella del codice penale, la differenziazione degli istituti, la depenalizzazione di determinati reati. Invece siamo quasi al punto di prima e non è stato fatto nulla, solo parole e una grande confusione. E la polizia penitenziaria continua a essere considerata una manodopera a basso costo, buona per tutti gli usi ma senza ottenere il riconoscimento del ruolo e della dignità che spettano al nostro corpo».

Eppure, quando le «traduzioni», cioè i trasporti dei detenuti, sono passate dai carabinieri alla penitenziaria, tutto è filato liscio. «L’Arma impiegava 10mila uomini - continua Beneduci - noi facciamo il servizio con 5mila agenti». Insomma, la strada delle «porte aperte» in prigione lanciata dal Guardasigilli, in queste condizioni, sembra poco praticabile. «Perché non ci si mette in condizione di svolgere quei compiti fuori dal carcere», chiosa Capece. Più caustico Beneduci: «Da anni la nostra situazione non migliora. Ma le prospettive sono ancora peggiori».