Agenti marittimi nell’occhio del ciclone-Negri

di Ferruccio Repetti

Luigi Negri pigliatutto. E anche per questo, ma non solo, forse, si fatica a definirlo con una sola qualifica. Agente marittimo, terminalista (al Sech di Calata Sanità), certamente imprenditore di successo nello shipping e oltre, «dominus» di trattative, ma anche di accordi e rotture, e senza dubbio uno dei maggiori protagonisti della privatizzazione dei moli genovesi, si può ben dire che oggi Negri, sassarese ormai naturalizzato genovese, sessantenne pieno di energia, si dia un gran daffare nel porto della Lanterna e fuori Genova. Come nella recentissima assemblea generale di Federagenti, la potente associazione che riunisce gli agenti marittimi italiani, riuniti a Napoli a fine maggio per discutere i non lievi problemi della categoria e rinnovare l’organigramma.
Ebbene, lì, Negri - il quale, sia detto per inciso, aveva già fatto man bassa di cariche a livello locale e nazionale, con le presidenze degli organismi degli agenti e dei terminalisti, anche pilotando suoi uomini di fiducia nei posti chiave - ha tentato di calare l’asso e imporre le regole del gioco. Che sono chiare e determinate, come si confanno a un timoniere particolarmente, come dire?, navigato. Si dà il caso che, all’ombra del Vesuvio, la maggioranza schiacciante dei partecipanti all’assise avesse la netta sensazione che non ci fosse granché da discutere per la nuova presidenza: era stato designato praticamente all’unanimità, alla vigilia, Michele Pappalardo, 62 anni, sposato, due figlie, già vicepresidente nella giunta dell’uscente Filippo Gallo, ma soprattutto personalità stimatissima nell’ambiente, titolare della storica agenzia marittima omonima.
Tutto deciso, dunque. Si pensava: «Basta una ratifica all’unanimità, anche senza voto». Invece entra in scena lui, Negri, che propone per il vertice Giulio Schenone, giovane, ma già affermato professionista genovese. Con il «difetto» - dicono subito i maliziosi - di essere uno dei «Negri-boys», fedelissimo interprete del verbo del leader e, quindi - sottolineano sempre questi birichini - pronto, prontissimo a interpretare al meglio le istanze e le politiche del leader. In parole povere: Negri vuole imporre un suo uomo, e in fin dei conti, da ora in poi, sarà lui stesso a comandare Federagenti in campo nazionale (che, date le caratteristiche del settore, significa: in buona misura anche in ambito internazionale).
Qualcuno non ci sta, e condiziona qualcun altro. In assemblea monta l’opposizione che rischia di uscire dalle stanze ovattate (finora) degli agenti marittimi per espandersi a macchia d’olio dappertutto. Si vota, non si vota, si deve votare, ma forse è meglio di no. Negri non arretra di un miglio marino, ma neanche di un centimetro terrestre. Gli altri, invece, pure. Anche perché Negri la mette giù dura, più o meno così, rivolgendosi direttamente alla consistente e importante «corporazione» degli agenti del Sud Italia (compatti nel sostenere Pappalardo): se non si trova l’intesa su Schenone, si potrebbe anche rivedere l’accordo che riguarda il ricorso alle subagenzie marittime meridionali. Misura legittima, per carità!, in regime di libero mercato. Ma che in questo caso, chissà, qualcuno potrebbe anche prendere male. Come una ritorsione.
Ovviamente non è così, nessuno potrebbe pensarlo da uno come Negri, ma tant’è, il malumore serpeggia tra un coffee-break e una colazione di lavoro, tra un intervento sul basso livello dei noli e l’alto livello del costo carburanti (che poi sarebbero i veri temi importanti dell’assise). Dunque: prevale la tesi che sarebbe meglio non contarsi, per il rischio di una spaccatura traumatica. La soluzione? Non può essere che una sola: la proroga dell’incarico in scadenza, il timone ancora per un po’ nelle mani di Gallo. Diciamo per sei mesi. Sì, sei mesi. La rotta è decisa e approvata. Alla maniera di Churchill: «Un problema rimandato è un problema mezzo risolto». Anche se qualcuno sostiene adesso che Negri può accontentarsi di perdere i 100 metri, basta che poi vinca (o gli facciano vincere) la maratona.