Agguati e trappole contro i premier: è l’eterno 25 luglio

In Italia nei palazzi del potere è sempre 25 luglio. Come nella notte in cui il Gran Consiglio del fascismo sfiduciò Mussolini, come nel giorno successivo quando il Re imperatore l’invitò a Villa Savoia e poi lo fece impacchettare su un’ambulanza, l’avvicendamento avviene grazie ad agguati, a complotti, a trappole. Le truppe fedeli cominciano a sgretolarsi, i cortigiani del governo prossimo venturo entrano in azione.
Si dirà, giustamente, che le vicende d’una grande democrazia non hanno nulla a che vedere con quelle d’una sepolta dittatura, e che ogni confronto tra l’attualità e alcune date del passato - non solo il 25 luglio ma anche l’8 settembre con il «tutti a casa» - è del tutto arbitrario. Vero. Ma è vero anche che la defezione d’alcuni parlamentari del Pdl, inserendosi in un momento di estrema difficoltà dell’Italia, dell’Europa, del mondo, trasmette la sensazione che le circostanze cambino, ma in una Italia che nel meglio e nel peggio - sarebbe bizzarro insistere, con i tempi che corrono, sul meglio - è ostinatamente coerente, è tenacemente fedele ad alcune massime. Tra le quali campeggia solenne e immortale quella «Franza o Spagna purché se magna».
Non esistono troppe disparità di schieramento o di tempi storici in questo trionfo di mene oscure che precedettero molte cadute di presidenti del Consiglio. De Gasperi fu silurato, pochi mesi prima di morire, per le insidie dei suoi cosiddetti amici democristiani. Nel tourbillon di primi ministri che ha caratterizzato la prima Repubblica, il colpo basso era la regola. Magari con il ricorso ad armi giudiziarie. Come avvenne con il processo Montesi che prostrò Attilio Piccioni, ministro degli Esteri e potente notabile dello scudocrociato. Come avvenne con tangentopoli e con Craxi. Prodi ci mise del suo nella disgregazione del centrosinistra. Ma dovette vedersela con le bizze e risse di partitucoli forti soltanto della loro arroganza ricattatoria.
I maneggi sotterranei, le camarille, gli accordi e i passaggi di campo favoriti dal buio notturno, da spaghetti all’amatriciana, da code alla vaccinara sono la caratteristica d’una classe politica meschina che dalla mattina alla sera inneggia al Parlamento e al suo ruolo centrale in ogni attività istituzionale. Lo vanno dicendo con grande compunzione, ma nel momento in cui si tratta di proporre una variazione degli assetti politici esistenti non si alzano in piedi, a Montecitorio o a Palazzo Madama, per far sapere ai colleghi che loro avrebbero un’idea brillante sul che fare. Dopodiché l’idea potrebbero esporla e invitare chi è d’accordo ad accodarsi.
Macché, l’idea più o meno brillante è sussurrata in trattoria, la ricerca di adesioni avviene in qualche conciliabolo notturno. Il Parlamento può attendere. Gli elettori che hanno dato i voti a quel deputato o a quel senatore sulla base d’un programma di partito, e per la fiducia nel capo di quel partito, devono rassegnarsi a non contare niente.
Non c’è nulla di stupefacente, sia chiaro, in questa manfrina cospiratoria. Ma fa sempre impressione la disinvoltura acrobatica con cui gli affiliati a uno schieramento, gli estasiati per le parole del suo leader, d’un tratto recuperano il ben dell’intelletto e si convertono alla fronda. Non, ripeto, a Montecitorio o a Palazzo Madama, ma davanti a una tavola imbandita. Magari con qualche sregolatezza di linguaggio, intercettata o no.Mario Cervi