Un agguato al giorno: la sfida del maniaco dell’ascensore

La 21ª vittima, una tredicenne, l’ha messo in fuga gridando

Diego Pistacchi

da Genova

Per lui è una sfida. A se stesso e alla polizia. Ma dall’altra parte, con le spalle inchiodate alla parete di un vano ascensore, c’è sempre una ragazzina terrorizzata. Più spesso una tredicenne, come è accaduto ancora ieri. Ma l’età non sembra condizionare il maniaco di Genova. L’importante è provarci. Anche tutti i giorni, perché ormai l’appuntamento con l’aggressione si sta facendo quotidiano. Anche di fronte alla questura, perché giusto lunedì il luogo dell’agguato era l’ascensore di un palazzo a poche decine di metri dalla sede dei poliziotti che gli danno la caccia. Ma la sfida è a tutti. Perché anche i carabinieri lo inseguono da almeno dieci mesi e da almeno ventuno vittime. E poi c’è tutta la città, tutta la Genova che teme per le proprie figlie, le proprie nipotine, le proprie sorelle.
La caccia al maniaco dell’ascensore è totale, eppure finora inutile. Ieri i lampeggianti dei carabinieri hanno illuminato il pomeriggio di via della Torrazza, a Prà, ponente cittadino. Ma quando ormai era troppo tardi. Quando c’era solo una ragazzina terrorizzata e da accompagnare in ospedale. I medici hanno confermato che, a parte lo choc, la tredicenne non avrà altre ferite da rimarginare nel fisico. Che il bruto è scappato dopo averla sentita urlare e che stavolta non ha lasciato neppure tracce organiche. Di quelle però, gli inquirenti non hanno più bisogno. Il Dna del mostro ce l’hanno già in questura e al comando provinciale dei carabinieri. Così come l’identikit ormai è preciso come una fotografia, affinato ogni volta grazie alle segnalazioni delle vittime. Eppure non basta ancora.
Su ogni auto di pattuglia l’immagine del mostro è appiccicata sopra il microfono della radio. In ogni scuola sono stati distribuite fotocopie e pieghevoli con il decalogo anti-maniaco. Eppure ieri di fotocopiato c’era un altro verbale, quello dei carabinieri che sono intervenuti dopo l’ennesima aggressione. Tutto terribilmente uguale al solito. La ragazza che torna a casa da sola dopo aver salutato le amiche, un ragazzo che la segue senza dar troppo nell’occhio, che allunga il passo quando si avvicina il portone, che mette un piede sul battente per non restare chiuso fuori. Che aggredisce la ragazzina che sta per salire sull’ascensore. Ci prova, inizia con frasi dolci, ma usa subito le mani. Non ha neppure paura a farsi vedere in faccia, ormai. È sempre lui, biondino probabilmente tinto, capelli corti raccolti dietro la nuca, magro, sui 25 anni, piercing a bastoncino sul sopracciglio destro, ogni tanto un cappellino di lana in testa. Scappa appena si sente in pericolo. Stavolta prima di dare sfogo alle sue manie.
C’è una sola cosa che riesce a fermarlo: la paura. Non della polizia, non dei carabinieri, tantomeno della magistratura. Il mostro dell’ascensore sa che deve scappare prima che arrivi un genovese qualsiasi. Visto che la mappa delle aggressioni non risparmia alcun quartiere, in varie zone della città c’è già chi organizza le ronde. Ma a tradire il maniaco potrebbe bastare una valutazione sbagliata, un uomo che esce all’improvviso da un appartamento o sbuca da dietro un angolo. Il suo volto diventa sempre più familiare ai genovesi, ogni volta che compare il suo identikit. E qualcuno si è già fatto avanti per aiutare gli inquirenti, indicando qualche giovane che potrebbe assomigliare al bruto. Finora tutti quelli segnalati gli assomigliavano soltanto. Ma il Dna conferma che nessuno ha ancora dato un nome al maniaco.