Agli italiani piace il nucleare: ecco la sorpresa dei sondaggi

Se entro metà del 2009 la legge vigente non cambierà, il programma nucleare dell'Italia annunciato dal Governo rischia di non partire. È quanto è emerso dal convegno dell'Associazione Italiana Nucleare (Ain) svoltosi recentemente a Genova. Restano grossi nodi da sciogliere: scelta del partner industriale internazionale con cui attuare il programma elettro-nucleare (i francesi di Areva o gli statunitensi di Westinghouse i principali candidati); scelta dei siti che possono ospitare una o più unità elettro-nucleari (i criteri saranno compito dell'Agenzia Nazionale della Sicurezza Nucleare, quella che Genova si è candidata a ospitare, ma che resta ancora da formare e da definire); risoluzione del problema dello stoccaggio delle scorie con l'individuazione del famoso deposito nazionale (problema che sussiste al di là delle nuove centrali e di cui si è dibattuto a lungo, fino alla legge promulgata in materia dal Governo Prodi lo scorso febbraio che però resta ancora non attuata).
Alla giornata di studio dell'Ain a Genova hanno preso parte tutti i principali rappresentanti delle industrie italiane nel settore nucleare (Ansaldo Nucleare, Techint, Enel, Edison). Ma non solo: c'erano anche esponenti del mondo universitario e della ricerca (l'Infn) e una importante rappresentanza di parlamentari, venuti per ascoltare (il senatore Guido Possa e il senatore Andrea Fluttero - segretario della Commissione Ambiente, e l'onorevole Claudio Scandroglio in rappresentanza del ministro Scajola). «La tavola rotonda ha messo in evidenza, con una concordia di voci, la complessità di questo programma elettro-nucleare - ha dichiarato Guido Possa - Siamo dentro una trappola legislativa che dobbiamo avere il coraggio di superare, anche se spesso in Italia è molto più facile il non fare. Un consenso trasversale che coinvolga anche la partecipazione democratica è altamente necessario: il Nucleare è una opportunità grande per l'Italia. Non solo per i vantaggi economici, ma come stimolo per la modernizzazione del Paese».
L'impasse legislativo. «La Repubblica dell'infinita burocrazia». In questi termini si sono espressi alcuni francesi presenti al congresso (è evidente l'interesse dei francesi che vorrebbero entrare nel progetto nucleare italiano). L'espressione è nata spontanea dopo che hanno appreso il quantitativo infinito di passaggi burocratici che prevede l'attuale iter attuativo italiano per la realizzazione di una nuova centrale (di qualunque tipo essa sia, nucleare in particolare).
Se oltralpe l'iter è strutturato in maniera da portare all'emissione di una sola licenza di costruzione entro 3 anni, in Italia mancano tempi perentori di risposta per cui una richiesta si può arenare per anni presso uno qualunque degli enti coinvolti che deve lasciare il proprio visto. Non solo: in Italia vi è la possibilità per l'Autorità di controllo di richiedere un numero illimitato di integrazioni documentali. Basti pensare che l'iter relativo allo smantellamento degli impianti nucleari italiani (istanze presentate nel 2002-2003) non si è ancora concluso dopo 5 anni e che numerose altre istanze relative alla costruzione di centrali elettriche convenzionali sono ancora in itinere dopo 6 anni.
Ma non è solo una questioni di tempi del burocratese e dei burocrati: in Italia l'iter per l'autorizzazione per la Sicurezza è distinto da quello per l'Impatto ambientale. Di fatto, si devono ottenere due distinte licenze: il Decreto di autorizzazione alla costruzione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (previo l'avallo di: Ministero dell'Interno, dell'Ambiente, del Lavoro, della Salute; Commissione Tecnica e Commissione Ispra) e il Decreto di compatibilità Ambientale.
Il Governo si è posto come obiettivo la riforma radicale di tutto l'iter legislativo in materia di «Ricerca, produzione, trasporto e distribuzione Energia» dove attualmente vi è pure un conflitto tra competenze dello Stato e Regioni. L'obiettivo è definire una normativa sul modello francese, finlandese o statunitense: sì a tempi di risposta perentori, no al diritto di veto di una singola istituzione.
Toto-sito. C'è già chi lo ha lanciato. Caorso sì, Caorso no, Caorso il ritorno. Prima di lanciarsi in valutazioni frettolose che hanno il solo effetto di mettere in agitazione le popolazioni (i caorsani, per nota di cronaca, sono sempre stati favorevoli al nucleare, anche al referendum votarono in controtendenza rispetto la maggioranza del Paese), occorrerà valutare quali siano le direttive sancite dall'Agenzia Nazionale per la Sicurezza Nucleare, l'unico ente che avrà il potere di recepire le direttive europee (in materia di sicurezza e prestazioni costruttive funzionali) e di declinarle opportunamente per il nostro Paese.
Come sottolineato da Ugo Spezia (Segretario Generale Ain) che si è fatto interprete di un pensiero unanimemente condiviso, dopo anni di Chernobyl dell'informazione, sarà necessario portare avanti una seria e diffusa campagna di informazione: il programma nucleare nazionale è destinato ad impegnare il Paese per almeno un decennio in fase di realizzazione e per circa un secolo in fase di esercizio. Deve quindi essere ampiamente condiviso. Il suo successo è condizionato dall'acquisizione del consenso della pubblica opinione a livello nazionale e locale.
La sorpresa dei sondaggi. Qui però, arriva la prima sorpresa, soprattutto per gli antinuclearisti più convinti: nonostante sia stato fatto ancora obiettivamente poco sul fronte del coinvolgimento popolare, recenti sondaggi condotti nell'arco del 2008 hanno evidenziato un netto spostamento dell'opinione pubblica. Se nel 2005 solo il 30% dei cittadini era favorevole al nucleare, si è passati al 43% nel 2007 per giungere all'attuale 54% di consensi positivi (l'incremento è stato dunque del 24%; a livello Europeo l'Italia è il Paese nel quale si registra il maggior spostamento delle opinioni verso posizioni favorevoli). Si noti come questo risultato non sia il frutto di un solo istituto di sondaggi, ma nasca dalla media dei seguenti risultati: Demos & PI (47% favorevoli 44% contrai) ISPO (62% f. 35% c.) SWG (54% f. 36% c.) Abacus (43% f. 46% c.) SWG II (60% f. 34% c.) ISPO II (54% f. 40% c.) FN&G (56% f. 35% c.).
In Paesi dove il nucleare è fortemente radicato, come la Francia e i Paesi nordici, i meccanismi di coinvolgimento della popolazione risultano integrati all'interno dell'iter che porta alla posa della prima pietra di una centrale. In Italia anche in questo si delega molto ai comitati locali e ad un'informazione sul territorio che è, spesso, il contrario di ciò che dovrebbe essere: anziché trasparente e completa diviene approssimativa e frammentaria. Ciò genera insicurezza e alimenta, spesso in maniera esponenziale e non controllata, le voci di protesta. Fino al punto di bloccare lavori e stanziamenti e costringere le parti a un (interminabile) tavolo delle trattative che sarebbe potuto essere benissimo integrato nei passaggi precedenti.
Ben consce di questa realtà esclusiva dell'Italia, le imprese si muoveranno solo se vi sarà un programma industriale elettro-nucleare ben definito e ampiamente condiviso. Le garanzie di stabilità per l'intero arco dell'investimento (nell'ordine dei 30-40 miliardi di euro) sono imprescindibili. Con buona pace di Fermi e compagni la cui memoria e la cui eredità non bastano a garantire il futuro elettro-nucleare dell'Italia.