«Agli italiani piace spararle grosse»

Il penalista Jacopo Pensa: «Molti ricamano sulle proprie imprese. Altri vantano amicizie inesistenti, magari con il giudice»

da Milano

Feroce. È l’avvocato americano fotografato da Jeremy Blachman in un romanzo che in America è diventato un caso. Lo scrittore, autore di Anonima avvocati, descrive la categoria come un insieme di persone scorrette e prepotenti. Professionisti che al posto della toga sembrano indossare la pinna degli squali. E da noi? «Per fortuna non è così», risponde Jacopo Pensa, penalista di lungo corso, protagonista di molti processi da prima pagina, per 15 anni componente del Consiglio dell’Ordine di Milano.
Avvocato Pensa, cominciamo dal rapporto avvocato cliente.
«In Italia non c’è la squaleria, mi si passi il termine, descritta da Blachman. Da noi, in una realtà meno esasperata e forse più provinciale, prevale semmai la millanteria».
Spararle grosse per far colpo?
«Mah, c’è il penalista che ricama col cliente e ritocca le proprie imprese. Non è difficile: “Sa - gli dice - io ho tirato fuori dai guai quello là”. Poi si scopre che gli è andata bene, il caso era finito in prescrizione, se no quello là sarebbe stato condannato. Ma questo è un peccato veniale».
La millanteria cattiva?
«Vantare amicizie inesistenti».
Per esempio?
«Il penalista fa capire di essere intimo del tal giudice o di quel cancelliere, quasi facendo intendere di poter orientare la giustizia».
Risultato?
«Si possono creare pericolosi cortocircuiti. Una volta ho visto in corte d’assise una scena drammatica. Il difensore aveva garantito all’imputato l’assoluzione».
Invece è arrivata la condanna?
«Appunto. E quello, chiuso in gabbia nella grande aula, l’ha chiamato: “Venga, venga che devo dirle una cosa”».
Che cosa?
«Come il collega è arrivato a tiro, quello gli ha mollato uno schiaffone. Si può pure ritenere che certi omicidi di penalisti abbiano origine in aspettative deluse. È un po’ quel che si legge a proposito del rapporto medico paziente. Infine c’è il versante parcelle».
I soldi?
«So di colleghi, specie al Sud, che non vanno tanto per il sottile. Si presenta in studio un tizio, magari un mafiosetto, che dice: “Non ho il denaro sufficiente per pagarla. Posso saldare a rate?”».
La risposta?
«Secca come una fucilata: “Venda un immobile”. Ma stiamo parlando di eccezioni: la media della categoria è molto buona. È che siamo centocinquantamila, di cui un decimo qui a Milano, e in mezzo può esserci di tutto».
Passiamo al rapporto fra il legale e i colleghi.
«Che si declina così: come è possibile sfilare il cliente, meglio se importante, al collega?»
Come si fa?
«Il sistema classico è quello di chi si trova a difendere in seconda battuta un tizio e comincia a compiere una serie di atti che lo legano al cliente fino a scalzare il difensore storico».
Questo meccanismo funziona?
«Ad un livello medio, se si deve difendere un imputato ansioso, che ha paura di finire dentro, preoccupato, il gioco per quanto scorretto può riuscire. Il codifensore comincia a scrivere atti su atti, istanze, carte tutte perfettamente inutili ma decisive per fare pressing psicologico sull’imputato che prima o poi dirà: guarda come questo avvocato si dà fare, non come l’altro. Alla fine l’ultimo arrivato toglie il posto al primo».
A un livello più alto?
«Si crea una lobby».
Lobby?
«Ma sì. Stiamo parlando dei grandi studi, non più di cinquanta in tutta Italia, per lo più civili. Il tentativo è sempre quello: accaparrarsi la grande azienda, la grande banca. Dunque, si organizzano feste favolose in Costa Azzurra o sul lago di Como».
Ma gli avvocati combattono con fair play?
«Il tale sta vuotando il sacco, il Pm lo interroga da giorni, i penalisti drizzano le antenne».
E allora?
«In camera caritatis il collega chiede all’avvocato del “pentito” che sta succedendo. Quello, anche se non si dovrebbe, gli fa capire che aria tira. L’altro chiama il cliente in pericolo e imposta tutta la sua difesa accusando la persona tutelata dal collega che gli ha dato quell’informazione».
In aula?
«Nel penale a volte ci si insulta, in uno scintillio verbale di sciabole. Poi si va a bere il caffè insieme. Nel civile è diverso».
Perché?
«Perché le cattiverie, distillate, vengono scritte in corpose memorie che restano agli atti. Capita che si parli di malafede dell’avversario o di collusione con il cliente. Poi, ma per fortuna, è rarissima, c’è la persecuzione».
L’avvocato che chiede con foga la condanna dell’imputato?
«Ma no, nella parte civile al massimo c’è accanimento. Io parlo di un processo che è stato peggio del Duello di Conrad. Un legale, forse per sbaglio o forse no, nell’inviare alla controparte la lista delle spese aveva caricato sul conto un atto inesistente».
Il valore?
«Centocinquanta euro. L’altro avvocato se n’è accorto e ha scatenato la guerra. L’ha denunciato all’Ordine e pure per truffa. Poi l’ha incalzato in tutte le sedi possibili, ottenendo la condanna del poveretto a sei mesi per truffa e anche una sanzione disciplinare. Quei centocinquanta euro sono diventati una pietra al collo: quel collega per la disperazione si è cancellato dall’Ordine. Ma capita anche che ci si scambi i complimenti. Resiste nella categoria uno spirito di corpo, di solidarietà, di orgoglio per la professione».