Agli Oscar il film italiano che mente sull’Italia

Potrebbe piacere agli americani, chissà. Che mostri un’Italia distorta invece è sicuro. Com’è sicuro che, visti gli incassi inferiori al milione in tre settimane, al nostro pubblico non è particolarmente piaciuto. Terraferma di Emanuele Crialese è stato scelto da una commissione di nove esperti come il film che rappresenterà il nostro Paese nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero. Grandi sconfitti Habemus Papam di Nanni Moretti e Noi credevamo di Mario Martone. I quali certamente avrebbero avuto meno possibilità di entrare nelle nominations. «Felicissimo e onoratissimo» si è detto il regista del film designato. Ovvio. Crialese, che ha studiato negli Stati Uniti ed è già stato candidato per l’Italia con Nuovomondo senza riuscire a infilarsi nella cinquina, sostiene che nel suo film ci sono molte cose che potrebbero piacere agli americani «così sensibili a tutte le storie in evoluzione in cui ci sono relazioni e conflitti umani».
Tra quelli in lizza si osserva che Terraferma era la scelta più opportuna, quella che ha maggiori chances di sedurre i gusti sofisticati dei membri dell’Academy. Ai quali, si ripete tutti gli anni, piace un’Italia precisa, il Belpaese solare, sentimentale e folcloristico. Tutti ingredienti ben dosati nella pellicola prescelta, con suggestive riprese dai fondali marini e il barcone di turisti che ballano sulle note di Maracaibo, mare forza nove. E dunque, vai con Terraferma. Anche se non è il film migliore. Anche se riproduce luoghi comuni. Anche se, nonostante il sostanzioso contributo della direzione generale del MiBac (un milione 200mila euro sugli otto di budget complessivo), trasmette un’idea fasulla della legislazione sull’immigrazione nel nostro Paese.
Cosa non si fa per piacere agli americani e strappare quella statutetta che ci sfugge dal 1999 (La vita è bella). Ma siamo proprio sicuri che il prezzo sia giusto? Che per compiacere la giuria hollywoodiana si debbano digerire tutti questi rospi? Non converrebbe, invece, fregarcene e promuovere anche all’estero il cinema in cui crediamo davvero? La controprova ancora non esiste e vedremo come andrà a finire. Intanto però sia concesso osservare che il prezzo sembra salato e la digestione laboriosa assai. Alla Mostra del cinema di Venezia Crialese si è ribellato quando gli è stato fatto notare che la sua pellicola su una famiglia di pescatori che salva e nasconde un gruppo d’immigrati nel garage di casa ingenera l’equivoco che la Bossi-Fini punisca con il reato di «favoreggiamento all’immigrazione clandestina» chi soccorre i naufraghi in mare. «Ci hanno insegnato a salvare la gente e ora ci dicono di cambiare rotta», protesta il vecchio pescatore (Mimmo Cuticchio) di fronte agli inviti di Nino (Giuseppe Fiorello) a non «prendere su» i migranti visto che «la legge lo vieta, c’è la motovedetta e si fa una cattiva pubblicità all’isola». Ma il vecchio non demorde e replica che per lui esiste «solo la legge del mare». A complicare la situazione, rendendo ancor più squilibrato il racconto, ci si mette il nuovo capitano della Guardia di Finanza (Claudio Santamaria) pronto a sequestrare il peschereccio perché «qua le cose sono cambiate».
Ma Crialese rigetta le contestazioni. E sostiene che anche se i vecchi sono buoni custodi delle tradizioni, i quarantenni moderni paraculi e le rappresentanze dello Stato rozze, il suo non è «un film a tesi». Di sicuro non è sempre credibile. Come quando mostra che, all’alba del 2010, il giovane pescatore (Filippo Pucillo) è turbato dal topless di una sua coetanea.
Il mix su misura per gli americani è servito. Il 24 gennaio prossimo, quando verranno comunicate le cinquine, sapremo se dovremo restare ancora a lungo un Paese «molto pittoresco».