"Agnelli, Conte, stadio: ecco il tridente Juve"

Beppe Marotta: "Siamo solo a inizio corsa, ma se capitasse... vogliamo la terza stella". E poi: "Non ce l’abbiamo con l’Inter ma con la Figc"

Beppe Marotta, che effetto le fa ritrovarsi con la Juve in testa alla classifica e un contagioso entusiasmo intorno?
«La Juventus da quelle parti non può essere una sorpresa, semmai sono da temere gli eccessi dai quali dobbiamo stare alla larga per non perdere l’orientamento. Chi lavora con noi deve sapere che questa condizione è la normalità e che siamo soltanto all’inizio della corsa».

Quale considera la prima pietra della costruzione? Il mercato, la scelta dell’allenatore oppure…
«L’arrivo di un Agnelli alla presidenza del club. È stato lui a trasmettere il forte senso di appartenenza, requisito indispensabile da recuperare rispetto al recente passato. E non solo perché si tratta di un Agnelli. Sulla scia di suo padre Umberto è uno che ha respirato da piccolo l’odore dell’olio canforato negli spogliatoi. Poi è arrivato Antonio Conte cui abbiamo affidato l’incarico di far capire ai nuovi acquisti il valore simbolico della maglia».

Forse, come sostengono in tanti, dovreste essere riconoscenti soprattutto al Milan che vi ha lasciato su un piatto d’argento Pirlo. Ma è vero che Conte se l’è trovato e non lo gradiva?
«Non è stato complicato identificare il nostro deficit del torneo precedente: la mancanza di un talento geometrico a centrocampo che s’incaricasse di inventare gioco. Doveva essere dotato anche di carisma oltre che di qualità tecniche: era il profilo di Pirlo. Quando l’abbiamo preso Conte non era ancora l’allenatore della Juve, è vero. Ma è altrettanto vero che l’ha considerato subito funzionale al suo progetto. E adesso tra i due è nato un feeling molto speciale. L’arrivo di Pirlo è stata l’operazione più semplice da realizzare. Con Tinti, il suo procuratore, ho impiegato un’ora di tempo per firmare l’accordo».

Tra le critiche più insidiose a Marotta c’è questa: capace a acquistare, poco abile nel vendere. Come si difende?
«Se le snocciolo la seguente formazione Chimenti, Grygera, Legrottaglie, Zebina, Sissoko; Camoranesi, Thiago, Poulsen; Felipe Melo, Diego, Trezeguet sa di cosa sto parlando? Degli undici giocatori ceduti sotto la mia gestione. Del drappello sono rimasti in due, Iaquinta, perché infortunato, e Amauri che ha rifiutato alcune destinazioni. Non mi sembra un insuccesso».

Quale è stato invece l’acquisto più complicato?
«Due in particolare: Vucinic e Vidal. Uno perché la Roma chiedeva una cifra spropositata, l’altro perché avevamo la concorrenza del Bayern Monaco che si è rivelato il nostro jolly. Grazie alla presenza del club di Rummenigge, infatti siamo riusciti a convincere il Bayer Leverkusen a mandare Vidal a Torino».

Tutti quelli che passano per Torino, Milan compreso, sostengono: lo stadio della Juve è il vero propellente della squadra di Conte. Se l’aspettava?
«È uno dei nostri attuali fuoriclasse, agisce come un vero dodicesimo uomo sui nostri e sui rivali, l’effetto è pazzesco e presto cominceremo anche a contare il beneficio economico dell’operazione, circa 34 milioni di euro a occhio e croce. I tifosi ne sono entusiasti, questo significa coltivare una fidelizzazione molto forte. Di stadi così belli per il calcio ce ne sono solo purtroppo tre in Italia, San Siro e Marassi dopo Torino».

Galliani sostiene che si tratta di una operazione improponibile altrove…
«Vero, c’era già un sito, c’è stato il fallimento della vecchia società e tutto il resto. Ma nonostante questa partenza agevolata, il progetto ha impiegato 14 anni per decollare. La costruzione vera e propria è stata realizzata in due anni ma la burocrazia, come segnala il presidente Berlusconi, ha avuto tempi biblici. Alla Juve bisogna riconoscere il merito di aver dedicato una parte importante delle proprie risorse allo stadio, sul modello Arsenal per intendersi, piuttosto che alla squadra».

Ma di questi temi non se ne occupa nessuno, così il declino è inevitabile…
«Le risorse del calcio italiano per il 70% dipendono dai diritti televisivi, al contrario di quel che accade in Inghilterra e Germania, il resto è ricavato dallo stadio. In Lega non si fa più politica, i presidenti si scannano per contendersi le briciole della torta tv ignorando il resto. Siamo in un vicolo cieco. La concorrenza con gli altri giganti europei è ormai insostenibile. Nel 2003 abbiamo assistito a una finale di Champions Juve-Milan: quando sarà possibile assisterne a un’altra?».

Con l’Inter siete sempre ai materassi?
«In verità i rapporti personali tra il presidente Agnelli e Moratti sono buoni. Il nostro contenzioso non è con l’Inter ma con la federazione che decise di passarle lo scudetto a tavolino».

Come spiega la crisi di Milano?
«Tutti dovremo fare i conti con Inter e Milan, è sicuro. Il Milan ha solo 3 punti in meno rispetto a un anno prima, l’Inter partì male con Benitez e poi risalì la corrente con Leonardo? E voi la chiamate crisi? Nel mischione c’è anche il Napoli».

Come riesce ad andare d’accordo con Conte che è un fumantino?
«Sul lavoro i gruppi più collaudati sono quelli che mettono insieme caratteri molto diversi tra loro».

Se la Juve dovesse vincere lo scudetto, tocchi pure ferro caro Marotta, chiederebbe alla Figc di indossare la terza stella?
«Noi non abbiamo dubbio alcuno: sul campo ne abbiamo contanti 29. Il calcolo a quel punto sarebbe elementare: 29 più 1 uguale 30, tre stelle».

Cosa l’ha eccitata di più della sfida col Milan?
«La feroce voglia di vincere trasmessa dall’allenatore alla squadra. Mi ha soddisfatto meno una sola considerazione: la Juve deve essere capace di sferrare prima il pugno del ko».

A proposito di Milan: è in scadenza l’accordo per il trofeo Berlusconi. Lo rinnoverete?
«Ci stiamo lavorando».