Agosta, il gioiello medievale capitale delle rane fritte

Una squisita particolarità gastronomica tra i vanti del bel paese vicino a Subiaco

Renato Mastronardi

Uno dei più interessanti balconi del Lazio s’incornicia tra i monti Simburini e si affaccia sulla splendida valle dell’Aniene. Proprio qui si colloca Agosta, che si adagia su un costone di roccia calcarea e che si raggiunge percorrendo la via Sublacense o percorrendo l’A 24 fino al casello per Mandela. Solo 64 chilometri da Roma, ma di un paesaggio che merita di essere gustato fino in fondo. Il piccolo centro deriva il suo toponimo da una sorgente, Aqua Augusta, così chiamata in onore di Ottaviano Augusto che, nell’11 a. C. fece incanalare la sua acqua nell’acquedotto Marcio. Il nome giunse a noi dopo essersi modificato, attraverso i secoli, da Augusta ad Agusta, ad Austa, a Lausta e a Fausta: tutti a testimoniare l’attenta sorveglianza romana di un territorio abitato soprattutto, dagli Equi che, lo storico Tito Livio amava definire come gli aeterni hostes di Roma. Tutto ciò nonostante la totale sottomissione di quest’ultimi avvenuta nel IV secolo a. C. Durante i secoli bui che seguirono prima il declino e poi la caduta dell’Impero romano, Agosta, come gran parte dei paesini della valle dell’Aniene, subì le devastazioni ed i saccheggi dei longobardi e dei saraceni. Anche per questo Agosta, che già dipendeva dal monastero benedettino di Subiaco, fu incasellato. Il paese, una volta edificato come fortezza, vide bagnarsi sulle rive del laghetto dell’acqua Augusta ben sette pontefici e, nel 1461, Pio II. A quest’ultimo va dato atto di aver promosso per la prima volta la Sagra della trota, in onore dell’abate e inquisitore Giovanni de Torquemada. Nei tempi che seguirono, Agosta fu oggetto di contrasti durissimi tra l’abbazia di Subiaco ed il papato. E, nel frattempo, subì le carezze dei Lanzichenecchi al tempo del Sacco di Roma nel 1527. Poi, abbandonato il cordone dei frati benedettini, passò dai Colonna ai Borghese fino al 1633, quando divenne un feudo dei Barberini.
Da vedere. Da godersi è tutto il nucleo storico della cittadina dove i resti del Castello e del borgo medievale, cinti da mura merlate, mantengono intatto il nucleo centrale e circondano un Palazzo a pianta irregolare che è indicato come la più antica costruzione della comune. Non meno interessante è la parrocchia di santa Maria che, costruita barocca nel 1700, oggi si offre correndo le linee architettoniche di schietto sapore neoclassico, grazie, soprattutto, alle ampie e luminose navate. Si eleva, invece, con quasi mistica umiltà, e proprio ai piedi del Castello la chiesetta della Madonna del Passo, qui eretta a tramandare ai posteri il miracolo della Vergine che, nel 1615, liberò dal demonio una contadina che non riusciva a camminare. Da qui il nome «Madonna del Passo».
Da mangiare e da bere. L’attività tradizionale è l’agricoltura, anche se molti giovani svolgono attività di terziario specialmente a Roma. Ma nella tradizione della gastronomia locale, una volta definita povera, contadina e pastorale, sono rimasti alcuni punti fermi che si esaltano soprattutto nel momento del grande ritorno estivo quando il paese si ripopola con il turismo stagionale dovuto, soprattutto, al nostalgico richiamo del paese, al suo clima e alla sua semplice e gustosa cucina. La quale si infervora con l’offerta di sagnotte (pasta fatta a mano senza uova); di trote cucinate in vari modi; di fettuccine al sugo di castrato e di fagioli con le cotiche e con una leccornìa di squisita e raffinata goduria: le ranocchie fritte dorate. Per i vini non si può sbagliare: l’ormai universale Cesanese (bianco ma soprattutto rosso) e il vocalissimo Rosatello.