Agostino Bonalumi la tela che cerca la tridimensionalità

La galleria Blu espone una ventina di opere del maestro, lungo un iter creativo che va da una scultura del 1966 a un lavoro degli ultimi mesi

Elena Pontiggia

Si è inaugurata alla Galleria Blu (via Senato 18), e resterà aperta fino al 25 novembre, un’ampia antologica di Agostino Bonalumi, protagonista dell’arte italiana successiva a Fontana.
Come Fontana non dipingeva più sulla tela, ma la «tagliava», così l’arte di Bonalumi (Vimercate, 1935) è stata tra le più radicali nel superamento della pittura. Anche lui non ha dipinto le tele, ma ha sagomato i telai, creando opere «estroflesse», come si usa dire («Estroflessioni dalla tela alla scultura» è appunto il titolo della mostra). Ha lasciato cioè che le tele si dilatassero nello spazio, divenendo forme tridimensionali e architettoniche. Il suo problema, insomma, non è più quello di mettere un segno su una superficie, ma di trasformare la superficie in un oggetto. Sospinta dall’interno, la tela si gonfia e manifesta una tensione sconosciuta. Tutto avviene al di là di quel velo, che non è possibile sollevare.
Possiamo pensare al lavoro di Bonalumi come a una meditazione sull’energia, sulle forze che animano il movimento, sul respiro delle cose. Il suo fascino consiste nell’aver dimostrato che quelle forze, quell’energia e quel respiro non sono elementi viscerali. Sono elementi metafisici.
Quando Bonalumi comincia a ideare le sue estroflessioni siamo alla fine degli anni Cinquanta. Sono anni che segnano un deciso mutamento di sensibilità. Alla poetica informale, che in questo periodo conosce la massima diffusione ma anche una stanca decadenza, subentrano nuove esigenze stilistiche. La pittura informale aveva espresso l’urlo, il gesto incontrollato, l’evento: ora si cerca il silenzio, l’atto meditato, il progetto.
Quali artisti a Milano potevano costituire un punto di riferimento per un giovane? Fontana, prima di tutto, come abbiamo detto. La sua esperienza suggerisce alle nuove generazioni un modo nuovo di considerare lo spazio e la tela.
Nel 1957, quasi mezzo secolo fa, Bonalumi, che aveva allora ventidue anni, conosce appunto Lucio Fontana e subito dopo un coetaneo, Piero Manzoni. Con quest’ultimo progetta una rivista che dovrebbe chiamarsi «Pragma». Il foglio non sarà mai pubblicato, ma le idee che avrebbero dovuto ispirarlo (di superamento, appunto, dell’informale e della pittura tradizionalmente intesa) confluiranno nella rivista «Azimuth», che vedrà la luce nella primavera del 1959. Intorno a questa data, però, il sodalizio fra Manzoni e Bonalumi si interrompe e le loro strade procedono sostanzialmente divise.
Forse, dal punto di vista artistico, quella separazione è stata un bene. La personalità di Bonalumi ha seguito un percorso autonomo, che ci ha riservato continue sorprese. E che, come dimostrano le recenti sculture esposte nella mostra odierna, non si è ancora concluso.