Agosto 1943, l’Italia sotto una pioggia di bombe «collaterali»

Nella ricorrenza tonda - sessant’anni - delle atomiche di Hiroshima e Nagasaki, molte sono state le rievocazioni, molti i commenti. S’è riaccesa, un’ennesima volta, la polemica sulla necessità di ricorrere, per indurre il Giappone alla resa, a quelle armi spaventose. Appare di gran lunga meno importante - anche perché l’anniversario non è tondo - un’altra ricorrenza che riguarda direttamente l’Italia.
Sessantadue anni or sono, nell’agosto del 1943, bombardamenti massicci colpirono, incendiarono, devastarono Milano, Torino, Genova. Milano, in particolare, fu attaccata quattro volte - l’ultima la notte di ferragosto - da una forza complessiva di 916 bombardieri. Il numero dei morti - migliaia - non è paragonabile a quello delle stragi di Hiroshima, di Nagasaki, di Dresda: ma le distruzioni furono immani, quella che era stata enfaticamente definita la «capitale morale» del Paese venne ridotta a uno scenario apocalittico di case sventrate, di muri anneriti dal fuoco che gli ordigni incendiari avevano appiccato. Una tragedia remota che acquista forte attualità in una fase di studi che - dopo tanta storia scritta dai vincitori - si chinano anche sulla sorte dei vinti. Il che vale per seconda guerra mondiale, e vale egualmente per la guerra civile italiana che vi s’inserì.
Le punitive spedizioni aeree dell’agosto 1943 appartengono - come la distruzione dell’abbazia di Montecassino o come la già citata e feroce cancellazione di Dresda e dei suoi abitanti, decisa allorché, febbraio 1945, la Germania hitleriana era agonizzante - al vasto repertorio della spietata insensatezza militare. Esistono nel meccanismo delle operazioni belliche, e nella mentalità di chi le conduce, una vischiosità e una voluttà della distruzione, considerata di per sé stessa un elemento positivo. Avrebbe dovuto essere chiaro a chiunque, anche a sir Arthur Harris - detto «bomber Harris» o «il macellaio» - che il cedimento dell’Italia era imminente, e spasmodicamente cercato, dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio precedente, dal governo Badoglio. Non c’era nessun bisogno d’esercitare pressioni, con una valanga di ferro e fuoco, su Vittorio Emanuele III e sul maresciallo, uniti nella voglia di sganciarsi dai tedeschi. L’incapace Castellano era già in viaggio per contattare gli angloamericani, bastava aspettare. Pare oltretutto che le incursioni d’agosto fossero state progettate da tempo, prima che il Duce venisse cacciato, e abbiano avuto esecuzione per pigrizia burocratica. Né Milano né Torino erano obiettivi militari, non si mirò a devastare le industrie ma ad annichilire i quartieri abitati.
Effetti collaterali, si dirà. Sviste che in un conflitto mondiale succedono. Del resto se n’è parlato abbastanza poco. E fino a tempi recentissimi s’è parlato quasi niente di episodi come la fucilazione di prigionieri inermi, in Sicilia, ad opera di soldati del celebrato e controverso generale americano George Patton: un uomo coraggiosissimo, violento, autoritario, che aveva disprezzo per gli italiani, antipatia per gli ebrei, odio per i comunisti. La verità è che l’insistere su questi risvolti della guerra non ha mai fatto comodo, in Italia, a nessuno. Non ha fatto comodo a coloro che hanno ammirazione per gli Stati Uniti e per la loro democrazia - sentimento che condivido - ma che non ammettono alcuna ombra nell’oggetto di questa amicizia adorante. E poi i misfatti alleati contraddicono il mito, che ha radici solide e meritate, degli americani liberatori, portatori di prosperità e giustizia. Tali si dichiaravano e tali erano, intendiamoci, nelle alte motivazioni della guerra. Ma prima d’essere liberatori erano «nemici». Tanti siciliani correvano ad acclamarli quando ancora l’Italia era in guerra con loro, ma altri italiani hanno continuato a combatterli valorosamente, quali invasori, fino all’annuncio dell’armistizio. Sta in questo l’ambiguità degli atteggiamenti italiani.
Anche gli esaltatori della Resistenza preferiscono sorvolare su avvenimenti che rammentano spiacevolmente come ancora nell’agosto del 1943 il tedesco fosse l’alleato e gli angloamericani i nemici, e come gli italiani non avessero dato alcun segno di volersi scrollare di dosso la dittatura mussoliniana: tolta di mezzo, nell’incombere della catastrofe militare, da un colpo di stato monarchico-fascista, non da un’insurrezione popolare. Meglio, per gli antifascisti, non soffermarsi su queste circostanze, e passare sveltamente alla lotta partigiana. Quelli i sacrifici da esaltare, quelli i caduti da onorare. E i tormenti dell’agosto 1943, i morti nell’Apocalisse di Milano e Torino? Ripensiamoli ma senza esagerare. Sono collaterali