«In agosto massacrati dai media»

Cannes«Un agosto da incubo, una profonda delusione. Siamo consapevoli del momento difficile, disposti a fare sacrifici. Ne abbiamo fatti tanti fino ad ora e potremmo farne degli altri. Ma non possiamo farci massacrare».
Il presidente di Ucina-Confindustria Nautica, Anton Francesco Albertoni, torna a parlare del settore nautico dopo l’«agosto da incubo» e a ridosso dell’inizio della nuova stagione partita con il Salone di Cannes.
Gran caldo e confusione...
«Premetto che voglio essere comprensivo fino in fondo. Capisco la situazione. Ma in questi momenti di fervore propositivo, non si deve perdere la coscienza di quelli che sono i valori delle imprese».
Più che dalla politica gli attacchi sono partiti dai media.
«Mi venivano i crampi allo stomaco guardando i tiggì e i titoloni dei quotidiani. Il mondo della nautica è stato criminalizzato macinando numeri completamente falsi. Hanno continuato a parlare di 90mila barche. Ma lo sanno questi signori che quella cifra è l’immatricolato creatosi in 50 anni? In realtà le barche sopra i 10 metri vendute in un anno sono poco meno di 3mila (4.200 nel 2008). Attenzione a usare i numeri in maniera strumentale. In questo modo ci si dimentica degli oltre 100mila dipendenti del settore, ci si dimentica che in questo Paese c’è la prima industria al mondo del comparto. Sull’altare di chi abbiamo deciso di sacrificarla?».
Però nell’ultima versione della manovra ha prevalso il buon senso...
«Fortunatamente. Alcune proposte erano veramente folli. Tartassare ancora i natanti sarebbe stato un suicidio. Questo fa male dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto, anche insieme con il governo. C’è stato un momento in cui il governo ha capito e abbiamo portato a casa buoni risultati. Ma ora trovarsi di nuovo nell’occhio del ciclone è anacronistico».
Altro fango sulla nautica?
«Non so che cosa possiamo fare dal punto di vista del recupero dell’immagine. Ritengo che le nostre aziende debbano contare sui mercati internazionali perché dall’Italia, purtroppo, ci si può aspettare ben poco. Ricordo, tra l’altro, che Ucina, insieme con Fiera di Genova, organizza il primo salone nautico del mondo. Se ne sono dimenticati tutti. E ora aspettiamo che i nodi arrivino al pettine. Sono malato di ottimismo, ma dopo l’agosto da incubo la vedo dura».
Sta annunciando un salone nautico «lacrime e sangue»?
«Faccio gli scongiuri. Sarà sicuramente un salone che rimarcherà ancora di più la differenza tra le aziende strutturate a livello internazionale e le piccole aziende che del mercato nazionale hanno bisogno. È il grande timore che abbiamo tutti quanti».
Con un clima così ostile, c’è il rischio che qualche costruttore pensi di lasciare l’Italia?
«Tutto è possibile ormai. Ci sono i grandi gruppi che si stanno sempre più strutturando all’estero. È evidente che alcune aziende riflettano - giustamente - sulle opportunità che i mercati globali offrono. In tutta questa situazione, quello che non riusciamo a comprendere e che ci spaventa più di tutto, è che abbiamo aziende leader nel mondo mentre il nostro Paese ci fa del male quotidianamente, anche attraverso i mass media. Attenzione, non si diventa evasori perché si acquista una barca».
Però ci sono circa 35mila società cosiddette di comodo...
«Sono numeri straordinariamente falsi. Le società che affittano barche, comprese quelle che affittano gommoncini all’isola d’Elba, non sono nemmeno 600. Se tanto mi dà tanto nelle altre 34.400 significa che c’è dell’altro. Ci saranno ville, ci saranno auto oltre i 100mila euro, o altro ancora. Ricordo ancora che in Italia le barche oltre i 24 metri sono 220. Ma prima di sparare titoloni, vogliamo documentarci almeno sui numeri? Pochi sanno che a fronte di 3mila barche, ogni anno si vendono oltre 200mila auto sopra i 100 mila euro? Vogliamo capire che siamo aziende, siamo industria che esporta l’80% del fatturato? Che siamo il quinto comparto del made in Italy? Tutto questo, all’alba dell’agosto 2011, è stato improvvisamente cancellato. Vale solo l’equazione: chi possiede una barca è un evasore. È inaccettabile».
Lei crede che riprenderà la corsa al leasing francese?
«L’ipotesi non è da escludere. Se il governo vuole davvero recuperare gettito, deve ascoltarci. Un anno fa abbiamo fatto una proposta concreta al dottor Attilio Befera per recuperare gettito. Ma quella proposta è ancora sulla sua scrivania, lettera morta».