«Agosto a Roma? Purché non suoni il telefono...»

Nelle mattine d’agosto, col caldo che appiccica e l’afa che spinge a frequenti docce fredde, quando la colonnina di mercurio schizza in alto e la pressione va in caduta libera, possono verificarsi situazioni al limite della comicità. «Una volta ho risposto al telefono uscito dalla doccia. Imbarazzato, con solo l’asciugamano sui fianchi, ho chiesto alla mia interlocutrice un minuto per vestirmi o avremmo inaugurato le interviste osé». Gabriele Cirilli, professione cabarettista, ancora ride pensando a quella telefonata. Parlantina sciolta, diplomato al Laboratorio di Gigi Proietti, amante di calcio e basket ed esperto di canto lirico e leggero, Cirilli (nato a Sulmona ma naturalizzato romano) vive nella capitale ormai da 15 anni. Anche d’agosto? «Sì, non mi faccio mancare nulla. Ricordo la mia prima estate romana come fosse ieri, c’erano gli Europei di calcio del 2000. All’epoca ero un esordiente e il mio agente aveva organizzato una serata di cabaret a Ladispoli. Mia moglie, che aveva lasciato il suo lavoro in farmacia per seguirmi in giro, era il mio factotum. Ero già molto richiesto su piazza e amato dal pubblico, ma quella sera fu indelebile. Prima dello show io, mia moglie e il mio agente ci ritrovammo seduti sulle sedie di una roulotte a guardare la partita Italia-Francia». Come finì il sogno azzurro lo ricordano tutti. «Ingoiammo il boccone amaro del golden gol di Trezeguet che in un baleno ci rispedì a casa. Calò il gelo e non solo su Ladispoli, così decisi di prendere di petto la serata». In che senso? «Di petto, letteralmente. Entrai in scena cantando a pieni polmoni una romanza di Claudio Villa che faceva: “sta scritto sul cancello della villa…” e dalle ultime file uno mi urlò dietro “attenti al cane”. Un momento di puro avanspettacolo. Capii che l’unico modo di conquistare la platea era stare al gioco, accettare il botta e risposta e digerire lo sfottò. Risposi con un’altra battuta e il pubblico ringraziò con un applauso. Sembrava di stare in un film di Dino Risi. Mia moglie era pallida come una statua mentre io mi davo da fare per sciogliere la serata, che aveva preso una brutta piega. Perché il romano in fondo è così, sdrammatizza tutto». Comprese le cose terribili, ben più devastanti di un golden gol francese. «Sa che dopo la tragedia di Chernobyl i romani furono i primi a mangiare le verdure a foglia larga?. Quello che non strozza ingrassa». Tornando all’estate, Cirilli lei è più un tipo da pedalò o da mountain bike? «Dipende, mi adeguo alle esigenze della mia signora, che ha la pelle diafana respingente agli ultravioletti, e al figliolo Mattia, sette anni di “tremendità” fatta bambino, che mi suggerisce le battute più ficcanti degli spettacoli». Anche da bambino trascorreva le vacanze pericolosamente? «Da piccolo andavo con i miei a Campo di Giove sui monti, in alternativa c’era Silvi Marina. Erano gite brevi perché non c’era tempo per le vacanze.