AGOTA KRISTOF Bimbi perduti nel labirinto della vita

Sandor giocava con la cassetta di legno, ma non è arrivato nessuno.
All’ora di merenda pensò che fosse inutile. Nel cortile i galli cantavano, ma non potevano nulla contro il sogno, che era tenace e aveva ragione: era troppo presto. I galli cantano sempre troppo presto.
A parte questo, fuori non c’era nulla.
Gridi, stelle, nient’altro.
E in più tutto era livido come uno schiaffo. Sandor si teneva la guancia. Gli sarebbe piaciuto essere un bambino martire. Ma non lo era. Suo padre non lo picchiava mai. Aveva ben altro da fare. Sandor si annoiava. A un tratto si è stufato di quella cassetta di legno. Avrebbe voluto uno schiaffo. Per urlare. Per fare chiasso. Si è messo a insultare suo padre, ma suo padre non si arrabbiava, non era per niente offeso. Non ci si può offendere quando si ha altro da fare.
Sandor si sforzò di svegliarsi. Il sogno era noioso. Non era neppure un incubo. Il sogno era un’isola deserta. Un’isola veramente deserta, dove non c’è nulla da fare.
Suonò una sveglia.
Sandor si mise a sedere sul letto, sbadigliò.
E improvvisamente ricordò che sua madre era morta.
Uscì nel cortile. Vide i galli. La cassetta di legno. Tutto ciò che voleva vedere.
L’erba, l’uccello, il sole.
Era la sua prima giornata in quei luoghi sconosciuti.
Uno dei ragazzini è venuto a chiamarlo. Sandor non voleva vederlo. Ma quando l’altro gli ha parlato, Sandor non ha potuto fare a meno di alzare lo sguardo. Eppure aveva detto una sola parola:
- Vieni.
Sandor lo guardava. Era un bel bambino. Il bambino gli sorrise:
- Mi trovi bello, vero? Tutti mi trovano bello. Ma per me fa lo stesso. Non provo più alcun fastidio. Ci sono abituato.
- Ti voglio bene, - disse Sandor.
- Lo so, - rispose il bambino. - Un giorno sarò tuo figlio. Ma prima devo morire.
- Sì, - disse Sandor, - parlami ancora.
- La persona che amo di più è mio fratello, - continuò il bambino. - Lo amo più di tutti gli altri messi insieme, più di me stesso.
- Perché? - domandò Sandor.
- Non so. Lo guarderai e capirai perché lo amo.
- Parlami ancora, - disse Sandor.
- Dovresti venire a mangiare, - disse il bambino.
- Non ho fame.
- Se non mangi diventerai pallido e malato, e tutti saranno tristi.
- Anche tu? - domandò Sandor.
- No, io no. Io non posso essere triste, perché una cosa mi consola dell’altra.
- Presto mangerò, - disse Sandor. - Forse domani, o già questa sera.
Il bambino lo guardava con i suoi grandi occhi grigi.
- Parlami ancora, - disse Sandor.
- No, sei tu che devi parlare. Io non ho niente da dire. Per me la vita è semplice e bella.
- Bella? - disse Sandor.
- E semplice, - disse il bambino.
- Ma che ne sai tu della vita? - gridò Sandor con rabbia improvvisa. - Preferirei che adesso te ne andassi!
Il bambino si è alzato:
- Davvero vuoi che me ne vada?
- No, resta, non fa niente, comunque sia è troppo tardi.
- Guarda questo albero, - disse Sandor.
- È morto, - disse il bambino. - Anche gli altri perdono le foglie, ma questo è morto.
- È mia madre, - disse Sandor. - Lei adesso è così, sotto terra. Ossa nude, come i rami di questo albero. Nera.
- Che cosa dici, Sandor? Tua madre non è morta.
- E invece sì, è morta da un pezzo. È soltanto un mucchio di ossa sotto terra. Mio padre l’ha uccisa.
- Tutto ciò non è vero, - disse il bambino. - Ti compatisco.
- Fai pure. Solo tu puoi compatirmi. Ho bisogno della tua tenerezza.
- Mi piacerebbe vederti in pace, Sandor. Ma credo che non lo sarai mai.
- Sì. Quando ti guardo, quando mi parli.
- Io non sarò sempre qui, - disse il bambino. - Ma non dimenticare che ti resterà mio fratello, Mathias. È impossibile non amarlo.
- E lui, mi amerà?
- Gli resterai solo tu.
- Io non lo amo affatto. Lo odio.
- Le cose cambieranno, - disse il bambino con sicurezza. - Lo amerai.
Il bambino è morto.
Sandor è sdraiato nell’erba del giardino.
- Sarà una vita misera, - pensa. - Non mi rimane nulla.
È arrivata sua sorella.
- Vieni, Sandor, andiamo nel bosco con la mamma.
- Non capisci? - disse Sandor. - L’ho amato. È scomparso.
- Di chi stai parlando? - domandò sua sorella dondolando il cestino per le fragole di bosco.
- Vattene, - disse Sandor.
- Me ne vado, - disse la sorella, - ma prima vorrei sapere di chi parli.
- Non lo conosci, vattene!
- Tu sei pazzo. Io vado con la mamma.
Se ne va.
- Quale mamma? - si domandò Sandor. - Un albero secco.
Si diresse verso casa.
Mathias era già lì. Elegante. Con un abito nero. La gente andava via.
Sandor e Mathias rimasero soli nella grande cucina.
Sandor si è addormentato.
Più tardi, svegliato di soprassalto, è uscito in cortile. Ci ha trovato Mathias, disteso nel fango.
- Riesci a camminare? - gli domandò.
- Lasciami stare qui, - disse Mathias. - Domani andrà tutto bene.
Il cielo era grigio, ma aveva smesso di piovere.
- Dormire, dormire sempre, - si disse Sandor.
Invece uscì dal letto.
- Mathias! Dove sei?
Lo trovò in cucina che cuoceva delle uova.
- Mangiamo? - domandò.
- Sì, - rispose Mathias, - mangiamo.
Nessuno dei due parlava del bambino.
Non parlarono più del bambino.
Ogni mattina Sandor si svegliava da un incubo. Poi pensava a Mathias.
- È qui, da qualche parte in casa.
Una sera mangiarono senza guardarsi, in silenzio, come al solito. Sandor si sentiva molto stanco. Mathias era seduto di fronte a lui, immobile, assente, fissava il piatto vuoto.
- Forse aspetta che gli parli, - pensò Sandor, e uscì dalla cucina.
Fuori faceva freddo. Pesanti nuvole passavano davanti alla luna di un arancione violento.
Sandor si domandava se nonostante la stanchezza sarebbe riuscito a prendere sonno. Aveva paura di tornare in camera sua, nel suo letto, e soprattutto aveva paura di svegliarsi l’indomani.
- Ho paura, - disse una voce accanto a lui.
Il fratello del bambino era lì, appoggiato contro il muro, forse da molto tempo.
- Io vado a letto, - disse Sandor.
- No, - disse l’altro, - non andare ancora. Ti prego! Resta con me.
- Perché? - domandò Sandor con voce piena d’astio.
L’altro lo aveva preso per un braccio:
- Vieni!
E lo stringeva così forte che Sandor non aveva modo di liberarsi.
Lo trascinò dietro la casa.
- Mi chiamo Mathias, - disse aprendo la porta bassa della cantina.
- Lo so, - rispose Sandor. - Lo so bene.
- È ora di fare conoscenza, - disse l’altro versando del vino rosso in un bicchiere. - Ne vuoi?
- Ho solo tredici anni, - rispose Sandor sdegnoso.
- Anch’io, - disse l’altro, e bevve.
- Lo odio, - pensò Sandor. - È due volte più forte di me. E molto più grande. Lo odio!
- Non avere paura, - disse Mathias. - Non voglio spingerti a bere. Neanch’io bevo spesso.
Sandor non lo ascoltava. Lo scrutava in volto. Mathias era pallido, i suoi occhi, due pozzi neri, erano fissi a terra, e Sandor si rese conto che era bello, bello come suo fratello, il bambino morto di cui aveva tanto desiderato l’amore.
- Dammi da bere.
Mathias gli tese il proprio bicchiere, senza guardarlo.
- Mathias, - disse Sandor dopo un po’, - ormai rimani solo tu da amare.
Mathias alzò gli occhi su Sandor.
- Non sono una persona da amare.
Bevvero ancora.
Mathias dormiva. Le braccia aperte, la testa rovesciata all’indietro sulle botti.
Sandor uscì.
Dal cielo scendeva un freddo intenso.
- Non si può nemmeno piangere, - si disse.
All’alba Mathias lo aveva preso tra le braccia:
- Fratello, vai a letto, è quasi mattina.