Agrigento invasa dai nuovi saraceni La città antica in mano ai clandestini

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nostro inviato a Agrigento
Via Gallo è stretta, ripida e slabbrata. Ma soprattutto puzza. Le macchie nere che marcano il selciato - a ogni angolo, dentro ogni androne - ne sono la conferma visiva e olfattiva. Perché è qui, quando calano le tenebre e le poche quanto datate signore del sesso scendono in strada per svendere la loro mercanzia agli ormai unici clienti, quelli di pelle scura, che il vespasiano en plen air apre i battenti. Un grande luogo di decenza, avrebbero detto pudicamente i nostri nonni, dove invece ora c’è di tutto, fuorché decenza e pudicizia.
Benvenuti nella città vecchia di Agrigento. Benvenuti nell’antica Akragas, luogo natale del filosofo Empedocle, quello per cui la materia era terra, fuoco, acqua e aria, mentre ora, in questi vicoli, a due passi dal salotto cittadino di via Atenea, è ahimé ben altro. Benvenuti in quella che fu la casbah architettonica dei saraceni e che ora - tanti secoli dopo - è casbah esistenziale è basta, approdo disperato di gente disperata. Benvenuti in strade come via Neve, dove non passa più nemmeno la gente di qui e dove i pochi anziani agrigentini superstiti, sì e no il 30% sulle 6mila persone che abitano in città vecchia - il resto è Africa -, vivono barricati nelle loro case cadenti. Benvenuti là dove la notte è un coro di grida e conati, là dove sotto la luna brillano le lame dei coltelli e i colli di bottiglia rotti.
Esagerazioni? Forzature? No, se si tende l’orecchio. Certo, la politica ufficiale ammette il disagio, ma attutisce i toni. Certo, i vertici di polizia dicono che problemi ce ne sono, ma che la situazione è sotto controllo. Certo, la voce stessa della comunità straniera sostiene che la vita è difficile, ma che la città reagisce bene, è accogliente. Certo, tutto vero, hanno tutti il loro pezzo di ragione. Ma l’Agrigento senza nome, quella che non ha né uscieri né portavoce, ti racconta tutta un’altra storia. Che se non drammatica, problematica senz’altro lo è. Soprattutto per una città dove la disoccupazione supera il 35% e per una provincia dove in un paese come Santa Elisabetta i senza lavoro sono il 59%, record negativo nazionale.
Del resto, basta pensarci: città e dintorni altro non sono che l’entroterra di Lampedusa, la battigia dove si infrangono le ondate migratorie, i luoghi più di transito che di destinazione per chi fugge dalla fame e da dove anche la speranza è più rara del denaro stesso. Un flusso iniziato un giorno del '91, con l’arrivo del primo barcone carico di 71 tunisini. E diventato via via negli anni migrazione biblica. Centinaia di disperati ogni volta, che comprano quella speranza così rara alla tariffa corrente di circa 3mila euro pro capite. Per racimolarli, c’è chi vende la casa. E chi non ce l’ha vende se stesso.
Poi, da Agrigento, dove era storicamente nato anche il primo centro di accoglienza italiano (andato poi distrutto in una rivolta nel 2004), i più se ne vanno. Una volta fuori dalla Questura buttano i fogli di via nei cestini della spazzatura e balzano sulla Freccia del Sud che porta diritti a Milano. Là, al Nord, basta avere un parente o un conoscente. Chi non ha contatti si ferma invece qui, per un po' o per sempre, andando ad abitare nelle case fatiscenti del centro storico, o nel quartiere «arabo» del Rabbato ('O Rabbateddu per gli agrigentini) che il fallimento di un piano di recupero (c’erano anche i finanziamenti regionali, ma come spesso accade sono stati lasciati decadere) ha relegato al proprio abbandono. Vivono così, anche in dieci sotto lo stesso tetto, pagando ai proprietari affitti fino a 400 euro al mese per tuguri cadenti con un unico bagno. «In via Garibaldi, un’arteria centralissima, c’è chi affitta garage senza acqua corrente a 200 euro», rivela un agente di polizia.
Chi non può pagare nemmeno quelli, si arrangia per la notte nei giardini pubblici, sotto improvvisate capanne di cartone: diventando di fatto cose, oggetti, proprio come gli occhiali da sole e le cinture fintamente griffate che sono il loro mezzo diurno di sostentamento. Per lo più roba cinese, che ha ormai spazzato via anche gli storici falsi made in Napoli. «Certo, la Caritas e la Chiesa fanno tanto, ma si tratta purtroppo di pannicelli caldi», dice Michele Cimino, parlamentare e assessore regionale di Forza Italia, che ha il centralissimo accampamento di piazza Pirandello (altro figlio illustre della città) proprio sotto al suo studio. «Dalle 19 in poi diventa invivibile, provocando disagio e turbativa», aggiunge.
La polizia, del resto, fa quel che può per arginare soprattutto la microcriminalità, cresciuta in modo esponenziale, del 50% negli ultimi cinque anni. Rimane invece fuori dalla portata degli extracomunitari la droga, saldamente «cosa loro», cioè delle famiglie mafiose del circondario, in primis quelle di Favara, Racalmuto e Porto Empedocle. E questo era prevedibile. Comunque ora, confessano ufficiosamente e in modo anonimo gli uomini in divisa blu, lontano dalla caserma e davanti a un caffè, la polizia può meno di prima contro l’insorgenza di furti e rapine. «Questa Finanziaria, distraendo come fa una quantità enorme di uomini e mezzi, va ad annientare la sicurezza interna del Paese - sbotta ufficialmente per tutti loro Antonino Alletto, poliziotto agrigentino e segretario nazionale del sindacato Uilps -. Se va avanti così andremo noi sui pescherecci a farci accogliere dagli extracomunitari».
Extracomunitari che ad Agrigento hanno anche una loro voce ufficiale. È Papa Madoke Diop, un senegalese arrivato abusivamente qui vent’anni fa, poi regolarizzato grazie alla legge Martelli e integratosi infine così bene da diventare delegato per i problemi dell’immigrazione del precedente sindaco Calogero Sodano (Udc) ed essere riconfermato dall’attuale (Aldo Piazza, di Forza Italia). Una voce, la sua, che viaggia anche sulla frequenza di Radio Concordia, l’emittente della diocesi. Una voce che non nasconde i problemi. «Se gli immigrati regolari in città sono 3mila - spiega sulla porta di casa, in un vicolo dietro piazza Ravanusella, battezzata dalla vox populi piazza Senegal - gli irregolari sono quanto meno altrettanti. Ed è chiaro che ciò non può che produrre anche cose negative. Da parte di qualcuno di noi, certo, ma anche da parte di chi, in un modo o nell’altro, ha trasformato il nostro dramma in un business».
Papa si riferisce ovviamente a chi affitta a prezzi da rapina abitazioni che cadono letteralmente a pezzi (l’ultimo episodio, fortunatamente senza vittime, la settimana scorsa in via Duomo, proprio di fronte alla Cattedrale di San Gerlando). Ma punta il dito anche sulle cooperative sorte come funghi (una ventina in città, almeno 50 in provincia) per sfruttare il business dell’assistenza agli immigrati, soprattutto se minori. «Già, quella è gente molto brava a compilare le scartoffie, gente che ha messo le mani su una miniera». Il termine non è esagerato. Basta infatti dimostrare di avere un immobile con certi requisiti, in grado di ospitare 10 minori (non di più, è la legge), chiederne in Prefettura il riconoscimento e poi emettere fattura al Comune a fine mese: fanno 67 euro al giorno per ogni ragazzino, cioè 2.010 al mese per ogni ospite. Moltiplicato 10, è un fatturato di 20.100 ogni 30 giorni. «Ovviamente esentasse, in quanto cooperative - aggiunge Maurizio Saia, segretario provinciale della Fisasca (sigla Cisl per il settore turismo, commercio e cooperazione sociale) - e con l’aggravante di utilizzare spesso persone non assunte, né regolarmente retribuite, ma volontari e comunque in nero. Questo quando la diaria che va alle case di riposo per i nostri anziani è di 36 euro a ospite al giorno». La metà.
Con ancora meno in termini di denaro, ma con tanto cuore in più, ce la fanno invece le sorelle della Comunità Porta Aperta, che da nove anni gestiscono la Mensa della Solidarietà, sostenuta in parte da un contributo di 15mila euro della Provincia «e per il resto dalla Provvidenza», spiega suor Maria Stella, uno scricciolo impastato di amore e volontà che coordina una folta schiera di volontari e regola il traffico delle 200 persone che ogni giorno, qui, oltre a ricevere una colazione, un pranzo e una cena da portar via, possono trovare vestiario e una doccia calda. Contribuisce chi può e come può, come la signora che arriva e lascia un sacchetto di plastica. Dentro, saponette, quelle degli alberghi. «Un piccolo tesoro anche questo - sorride la suorina stringendolo - per chi come noi non butta mai via niente».