Agustina Bessa Luís, la musa indipendente di De Oliveira

Il talento narrativo è un dono magico, misterioso. Se hai dubbi in proposito te ne liberi ascoltando un’ottuagenaria lusitana, minuta e chiusa in un tailleur grigio, che si racconta in un’uggiosa mattina sul lago Maggiore. Agustina Bessa Luís, che ha ispirato coi suoi romanzi molti film di Manoel De Oliveira, ieri ha ricevuto il «Grinzane Cinema», sezione letteratura, per questo si trova a Stresa fuori stagione. Premiato anche Michele Placido per la regia di Romanzo criminale e Gian Luigi Rondi, per la critica.
Già direttrice di un quotidiano, autrice di una quarantina di romanzi, Agustina Bessa Luís, mai tradotta in Italia (eccetto l’introvabile Sibilla, Giunti, 1989), deluse presto mamma Laura, d’origine spagnola e poco aperta, quando la precettrice del fratello, donna Ines, annunciò trionfante: «Datemi la bambina e la farò diventare qualcuno». La madre avrebbe voluto sentire quelle parole nei confronti del primogenito, non della piccola di quattro anni. Ma Agustina non si perse d’animo e a 15 anni si ritirò dalla scuola, causa malanno al piede, per dedicarsi alla lettura. Le guardo il piede ma non c’è traccia d’infermità. «Era solo una scusa», sorride. Il padre, Artur, era un avventuriero. «Si era scelto per sposa una donna diversa da lui. Veniva da una famiglia di proprietari terrieri che perse tutto e a 12 anni fu costretto a emigrare in Bahia dagli zii. Volevano adottarlo e lui fuggì a Rio dove si arricchì facendo pagare alle bande il pizzo per tenersi buona la polizia. Queste cose le ho sapute quando ormai era vecchio. Ho saputo anche che commise un omicidio».
Dopo avere fatto fortuna coi casinò, Artur tornò in patria, aprì un club a Porto frequentato dal giovane De Oliveira. E se donna Laura vegliava sulla prole, qualcosa del perigroso coté paterno filtrava in famiglia. «Me ne accorsi quando pronunciai una parola e i parenti di mio marito restarono a bocca aperta: amante».
Ma come si sposò Agustina, prima di giungere al successo con Mondo chiuso, romanzo sul mondo rurale pubblicato a sue spese? «Amavo un ragazzo che somigliava a Orson Welles ma era fidanzato. Così misi un’inserzione sul giornale per trovare marito. Mi risposero in 36. Dopo una selezione, scelsi uno studente di legge di Cohimbra». Perché? «Era quello che scriveva meglio ma quando lo incontrai non rimasi delusa dal suo aspetto». Celebre per i suoi romanzi dominati da una dimensione tragica e mistica che rompevano col realismo imperante, Agustina attraversò gli anni del regime mantenendosi «indipendente».
«Consideravo Salazar non un dittatore ma un amministratore con tutti i limiti che questo comportava. Avevo amici anche tra gli oppositori ma secondo me l’impegno è una prigione mentale». Poteva esserlo anche fisica? «Dipende. Sofia de Mello Breyner Andresen, voce lirica della sinistra, non veniva perseguitata perché aveva una famiglia importante alle spalle». Fu lei il tramite con De Oliveira. Dopo la «rivoluzione dei garofani», la poetessa mise la firma sul finanziamento a un film tratto da Fanny Owen, romanzo di Agustina. Che non ne sapeva niente! Chi aveva fatto domanda non l’aveva avvertita e si spenderà i soldi in un viaggio. De Oliveira sfruttò il copione inutilizzato e nacque Francisca, primo film di un lungo sodalizio. È soddisfatta di come il regista traspone i suoi libri? «Li legge superficialmente. Vi cerca quello che ha già in testa. Spesso litighiamo. Per esempio Party è tratto da un mio libro ambientato alle Azzorre. Lui è pigro, voleva farlo a Lisbona. Alla fine l’ho spuntata io».