«Gli aguzzini di Saddam mi hanno stuprato, picchiato e torturato»

L’ex dittatore minaccia di non presentarsi più in tribunale

Questa volta hanno testimoniato in cinque, due donne e tre uomini, vittime del regime di Saddam Hussein. Ma al processo di Bagdad contro il deposto dittatore per il massacro di 143 iracheni nella cittadina di Dujail, avvenuto nel 1982 come rappresaglia per un fallito attentato al rais, il racconto più drammatico è stato ieri quello della «teste A». Ha riferito tra le lacrime e i singhiozzi della nefandezze subìte dalla polizia segreta. Saddam ha ascoltato imperturbabile le testimonianze. Solo alla fine si è lasciato andare alla solita sceneggiata accusando americani e israeliani di volerlo morto.
La «teste A» si trovava dietro un paravento che le garantiva l’anonimato e un computer modificava la sua voce. Nel 1982 aveva 16 anni, ma finì lo stesso, con i suoi familiari, nella retata degli agenti di Saddam. Assieme a centinaia di prigionieri di Dujail venne portata in una centrale della polizia segreta. «Mi costrinsero a spogliarmi e poi mi fecero alzare le gambe legandole alle mani», ha detto. Uno degli aguzzini era Wadah al Sheik, morto di cancro agli inizi di novembre, la cui testimonianza era stata filmata in ospedale e proiettata in aula. «Esplose un colpo di pistola contro il muro. Poi cominciò a picchiarmi con cavi di ferro sulla pianta dei piedi e infine mi torturò con l’elettrochoc», ha raccontato la testimone. «Li supplicavo di fermarsi ­ ha aggiunto ­ ma loro infierivano con i calci delle pistole». Quando il giudice le ha chiesto se fosse stata violentata, la teste, pur non rispondendo direttamente, ha fatto capire di sì. Poi si è messa a piangere invocando Allah.
Dopo le tortura era stata rinchiusa in una piccola cella dipinta di rosso. Le passavano solo qualche pezzo di pane e acqua da una fessura. «Usavo le ciabatte come cuscino e non riuscivo neppure a mangiare», ha spiegato. Finiti i brutali interrogatori, l’hanno trasferita nella famigerata prigione di Abu Ghraib, alla periferia di Bagdad, dove soffriva terribilmente il freddo d’inverno e il caldo d’estate. Per quattro anni ha assistito ad altri orrori, tra cui quello inflitto a un suo familiare: l’uomo, bastonato e tenuto dalle guardie per il pene, veniva deriso davanti alle donne.
In altri casi gli uomini di Dujail venivano allineati e picchiati finché crollavano. Quando una donna prigioniera ha partorito in carcere, le guardie hanno costretto le altre detenute a non aiutarla. Ovviamente i civili rastrellati a Dujail non sapevano nulla del fallito attentato al rais, ma la città doveva venire punita lo stesso.
Saddam ha preferito mantenere la linea della propaganda. «Sono stato condannato a morte tre volte, questa non sarà certo la prima», ha esordito l’ex rais riferendosi ai falliti tentativi di prendere il potere alla fine degli anni 50. «Anche se mi fate bruciare all’inferno, Allah mi perdonerà», ha detto. Poi, cominciando a parlare in terza persona, ha sostenuto che «americani e sionisti vogliono l’esecuzione di Saddam e si sentiranno più piccoli di una pulce se non arriveranno alla condanna a morte». Alla fine dell’udienza, prima di lasciare l’aula, ha urlato che non intende presentarsi di nuovo «davanti a una corte ingiusta», che però sta facendo luce sui crimini del suo regime.