Ah, quei romanzi che si leggono tutto d’un fiato...

Digitando su un qualsiasi motore di ricerca l’espressione «si legge tutto d’un fiato» si ottengono 26.300 riscontri, cioè utilizzi in Internet. Un modo di dire, anche senza il bisogno di conferma numerica empirica, che si può collocare al primo posto tra le frasi fatte più urtanti nelle recensioni. Sembra incredibile ma ancora oggi esiste chi, scrivendo di libri, si lascia scappare quelle sei parole, si-legge-tutto-d’un-fiato, che naturalmente sono da leggersi tutte d’un fiato. Anche a proposito di libri non brevi, come lamenta una lettrice su un sito bibliofilo: per esempio Le correzioni di Jonathan Franzen. Oltre 650 pagine che la malcapitata ha impiegato tre mesi a leggere, sia pure con appagamento, a dispetto del «si legge tutto d’un fiato» riportato in quarta di copertina. Forse solo libri sulle 100/150 pagine, 200 al massimo, si possono leggere, non troppo fuor di metafora, «tutto d’un fiato». Perché al di sopra di quella foliazione bisogna arrendersi alla routine quotidiana e chiedere il rateo. Ma è inutile combattere contro certi stereotipi linguistici. La loro forza sta proprio nella insensatezza. «Si legge tutto d’un fiato» vuole dire «da quando ho aperto questo libro non sono più riuscito a staccarmene finché non l’ho finito», mi ha interessato, è bellissimo. Dunque tutto e niente. Se un’altra tendenza collettiva è lo sdoganamento - sacrosanto, per amor del cielo - del giallo o del thriller, sembra abbastanza logico che molti saggi storici si leggano «come un giallo», «come un thriller». Paragoni che fino a qualche tempo fa non avrebbero significato un complimento. E oggi invece sono da considerarsi elogiativi, anche se, viene da chiedersi: non è che si leggono già fin troppi gialli/thriller storici perché nasca il bisogno di leggere come gialli/thriller storici anche libri che non lo sono? Ulteriore, recente, tormentone recensorio è il gusto agrodolce/dolceamaro. Ormai non c’è quasi più libro che, guarda caso, «proprio come la vita», non comporti l’alternarsi di pianto e di riso, crudeltà e tenerezza, commozione e rabbia. Proprio come la vita, appunto. Si sente quasi la mancanza di tragedie allo stato puro, dove non ci sia neanche un filo di speranza. Capita poi sempre più spesso di apprendere, sempre via recensione, che il tal libro è pieno, o peggio «denso», di odori, sapori... Una bomba chimica? Se l’espressione viene riportata tra le perle, pescate in un articolo, da mettere in quarta di copertina per lanciare una seconda edizione, si ha quasi paura a aprirlo. Non è che verrà fuori qualche odore, proprio qui in mezzo alla gente, mentre mi trovo in libreria e danno la colpa a me? E se l’odore è buono, viene da chiedersi, siamo di fronte a un romanzo o al Cucchiaio d’argento in versione multimediale? Fatto sta che i libri, almeno a leggere le recensioni e le quarte di copertina che con esse vengono costruite, sono ormai tutti densi di odori. E più odorano, di agrodolce naturalmente, più si leggono tutto d’un fiato. Proprio come un giallo/thriller. O, se preferite l’altra espressione da dizionario del luoghi comuni recensori, come la vita.