Ah, se Giulio si ispirasse a... se stesso

Il pamphlet politico travestito da favola per bambini ha una lunga tradizione: basti pensare al Jonathan Swift delle avventure di Gulliver, il modello del volume di Ken Schoolland. E se dietro questa fiaba moderna c’è la volontà di mostrare la natura del potere e le vere leggi della vita economica, non deve sorprendere che quando il testo fu pubblicato in Italia la prefazione sia stata chiesta all’attuale ministro dell’Economia. Lette oggi, quelle pagine obbligano però a fare i conti con un Giulio Tremonti che non ti attendi. Meglio, un Tremonti cui si deve un volume, Lo Stato criminogeno (1997), in cui aveva volgarizzato temi antistatalisti e insistito sulla necessità di ridimensionare il potere. In quegli anni Tremonti passava per liberale e se di quelle tesi oggi non si serba memoria è perché egli stesso, al governo e nel dibattito pubblico, ha poi fatto tutto il possibile per far dimenticare le sue battaglie a difesa delle partite Iva. Ma 12 anni fa Tremonti non aveva ancora scoperto il fascino dell’assolutismo economico e non aveva ancora individuato nel ministro del Re Sole, Colbert, il proprio modello. E infatti sottolinea l’urgenza di riporre al centro la società civile, riducendo il peso dello Stato e rigettando la logica secondo cui «non è il Palazzo che deve adattarsi alla realtà, ma la realtà che deve adattarsi al Palazzo». Se il testo di Schoolland si preoccupa soprattutto di far comprendere la razionalità dei sistemi produttivi concorrenziali, Tremonti punta il dito sull’eccesso di legislazione, evidenziando come «l’impulso generoso o benevolo dell’interventismo pubblico si è trasformato nell’azione di uno Stato occhiuto, regolatore totalitario del quotidiano. È così che i termini del rapporto si sono invertiti: per i soggetti economicamente attivi, lo Stato non è più la soluzione, è il problema». Espressione che riprende una formula reaganiana. Mette tristezza constatare come quella svolta individuale di Tremonti sia stata tanto gravida di conseguenze per il Paese. Ma certo se ora egli si ricordasse un po’ delle vecchie tesi e le traducesse in privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli alla spesa e al prelievo fiscale, quella italiana potrebbe rivelarsi una ben strana favola. Con un bizzarro lieto fine.