Ahmadinejad apre alle trattative ma continua la sfida dell’uranio

L’Aiea segnala nuovi test di arricchimento a Natanz

Gian Micalessin

Metter a tacere anche il lupo con promesse e sorrisi era pretendere troppo. Eppure anche il ringhio del presidente Mahmoud Ahmadinejad non risuona più feroce come un tempo. Le proposte presentate a Teheran da Javier Solana non l’hanno ridotto al silenzio, ma ne hanno smorzato i toni convincendolo, forse, che negoziare può non esser poi così sconveniente. «L’Iran non negozierà i suoi diritti fondamentali - dichiara il presidente, icona delle fazioni più irriducibili del regime, rivolgendosi alle folle di Qazwin, una città ad ovest dalla capitale - ma è pronto a colloqui per risolvere questioni di reciproco interesse e incomprensioni in campo internazionale». Anche il più esuberante protagonista della contrapposizione all’Occidente sembra, insomma, prendere in considerazione un negoziato.
Se i toni del presidente fanno, per una volta, sperare, il nuovo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) riconferma le perplessità sulle reali intenzioni dell’Iran. Il rapporto, diffuso ieri e firmato dal direttore, l’egiziano Mohammed El Baradei, segnala l’avvio di nuovi esperimenti sull’arricchimento dell’uranio negli stabilimenti di Natanz. Dopo qualche settimana di sospensione per difficoltà tecniche, gli scienziati iraniani avrebbero ripreso a pompare esafloruro di uranio nella catena di 164 centrifughe.
Il documento conferma inoltre il rinvenimento di tracce di uranio arricchito a livelli militari nei resti dei laboratori di Lavizan Shian, rasi al suolo nel 2004 prima di un’ispezione dell’Aiea. I residui d’uranio arricchito a livelli militari potrebbero arrivare da attrezzature acquistate illegalmente dal Pakistan e utilizzate per la sperimentazione nucleare in quel Paese. Certo i risultati aggiungono un altro neo alla versione ufficiale di un programma assolutamente pacifico e non clandestino.
Il primo commento di Ahmadinejad agli incentivi europei e americani resta, comunque, molto più incoraggiante dei rifiuti preventivi di qualche settimana fa. Allora il presidente pasdaran respingeva le offerte ancor prima di conoscerle e ripeteva che accettare gli incentivi sarebbe come regalar oro in cambio di qualche dolcetto. Quei dolcetti devono apparirgli ora assai più stuzzicanti. In attesa di una decisione ufficiale che potrebbe fargli calar la maschera del duro, il presidente mette in guardia l’Occidente dall’estorcer concessioni con le minacce. «Se pensano di tenerci in scacco allungando un bastone sulle nostre teste mentre ci chiedono di negoziare sappiano che non ci staremo... i negoziati devono svolgersi in un’atmosfera corretta».
La parte rilevante del discorso di Ahmadinejad non sono stavolta né le minacce né i rifiuti, bensì i ripetuti accenni a un possibile negoziato. Accenni che seguono i pareri incoraggianti espressi nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri Manouche Mottakì e dal capo del Consiglio di sicurezza Alì Larijani. Certo Ahmadinejad non è l’unico a dover o poter decidere. Davanti e sopra di lui c’è innanzitutto il supremo leader Alì Khamenei rimasto finora silenzioso dopo la presentazione delle proposte. Accanto e attorno a lui contano i pareri, in qualche caso più vincolanti, degli uomini di punta del Consiglio dei Guardiani e dell’Assemblea degli Esperti. Fino a quando tutti questi «poteri forti» non avranno visionato le proposte di Solana e non avranno raggiunto un parere condiviso nessuna risposta sarà né ufficiale né definitiva. Ma il sapere che l’icona delle fazioni più estreme del regime ammorbidisce i toni è già un segnale importante.