Ahmadinejad insiste: Israele non sopravviverà

Tirata nuovamente in ballo l’Europa: si riprenda gli ebrei e consenta ai palestinesi di decidere del loro futuro

Gan Micalessin

da Teheran

«Non possiamo mica dar retta a tutto quel che proclamano». Mancano solo tre giorni e dopo chissà, ma lui l'ultimatum del Consiglio di sicurezza lo liquida così. Con un sorriso e un'alzata di mano. Del resto sarà mica roba seria quella pretesa, in ballo da un mese, di sospendere i giochi nucleari? Bazzecole, baggianate, ragazzate, abbiamo cose più importanti da fare. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad s'è vestito di un grigetto così chiaro da sembrare un ballerino di fila fuggito nello smog di Teheran, ma è di buon umore e le battute non mancano. Gli escono naturali e fresche nello stile e nello spartito di sempre. Israele, oggi, non lo vuole cancellare. Scomparirà da solo - spiega il «presidente futurologo» - «un regime innaturale logicamente non può sopravvivere». E che dire dello spettro delle sanzioni. Basta un sorriso e lo capisci. «Niente paura non saranno così stupidi da provarci». Anche l'Irak è un problema già risolto. Discuterne con gli americani è superfluo da quando è sorto il nuovo governo iracheno. E sul nucleare perché mai fare un passo indietro? Se ne può, invece, far uno in avanti liberandosi, dopo trent'anni, da quel trattato di proliferazione diventato un inutile e pesante fardello. «La nostra politica si è sempre uniformata alle regole del Trattato di non proliferazione e alle indicazioni dell'Agenzia (Aiea ndr), ma siamo pronti a rivedere tutto se violeranno o non accetteranno i nostri».
Ma liquidare in così poche battute l'orazione del presidente iraniano è ingiusto come raccontare il circo ricordando solo il fiato mozzato dai trapezisti. Lui gioviale e scherzoso è, prima di tutto e per almeno trenta minuti, un «presidente buono» e soddisfatto del proprio lavoro. Un presidente che piglia ai ricchi per dare ai poveri, che taglia i tassi d'interesse, regala prestiti agli sposi, spegne il riscaldamento negli uffici spreconi, vola nelle regioni più remote, spezzetta tra i bisognosi il pane caldo dei petrodollari.
Solo dopo questi trionfi casalinghi il «presidente storico» vola indietro alla seconda guerra mondiale, alle ingiustizie di un Occidente pronto a seminare il sangue di 60 milioni d'innocenti, a coinvolgere il Medioriente in una guerra ingiusta, a cacciar dal proprio seno gli ebrei. Ci vuole un altro quarto d'ora, ma il «presidente revisionista» ci arriva. L'Europa deve riprendersi quegli ebrei cacciati dall'antisemitismo e mandati a seminare scompiglio tra i palestinesi. «Aprite le porte, permettete agli ebrei di ritornare ai loro Paesi e ai palestinesi di vivere liberamente decidendo il proprio destino». Anche perché Israele «come ogni regime innaturale è destinato a sparire». Ma accanto ai Palestinesi nel sermone del «presidente compassionevole» c'è anche la Germania tenuta ancora in scacco, tre generazioni dopo, dalla propaganda e dal ricatto dei sionisti. «Sono passati sessant'anni, perché tedeschi e palestinesi devono pagare per una guerra che non riguarda l'attuale generazione?».
Il meglio di sé il «presidente ottimista» lo dà sul nucleare. Alle spalle lo scenografo gli ha disegnato un cielo azzurro solcato da sideree e candide nubi, ma davanti a sé Lui intravede schiere di reattori. «Arricchimento significa produzione di combustibile nucleare, la fase della ricerca è conclusa, ora siamo pronti a quella industriale». Giura e rigiura di non voler arricchire l'uranio d'un decimale di più di quel cinque per cento indispensabile per far girare le centrali. Liquida i sospetti delle malelingue pronte a tirar in ballo la minaccia atomica. Sbeffeggia l'Agenzia (Aiea) «mai capace di provare alcunché» e ridotta dopo tre anni ad ammettere di «non esser ancora sicura». Abiura come un'eresia «senza senso» qualsiasi passo indietro nell'attività nucleare, irride il fantasma delle sanzioni e stronca le «istituzioni internazionali ridotte a fantocci nelle mani di alcune potenze». «Quei due o tre Paesi eternamente schierati contro di noi avranno se non altro il buon senso di non commettere quest'errore. Non possono imporci dei limiti perché sarebbero i primi a rimetterci».
E per chiudere un bel no agli americani, sempre lì ad implorare una mano sull'Irak. Lui «presidente diplomatico» sulle prime era anche pronto ad aiutare, ma ha annusato l'inganno e s'è tirato indietro. «Tante volte ci hanno chiesto aiuto sulla sicurezza in Irak, poi ce l'hanno chiesto anche i leader iracheni, ma sfortunatamente abbiamo scoperto che dietro a tutto questo non c'erano buone intenzioni. Così, vista la formazione del governo iracheno, abbiamo deciso che non c'era più bisogno di noi».