Ahmadinejad: "Possiamo reclutare centinaia di kamikaze ogni giorno"

Rieccolo. Per dieci giorni non ha proferito parola. Solo qualche sbiadita dichiarazione, qualche anonimaparticina, qualche rituale affermazione. Per una volta, e per dieci lunghi giorni, il presidente iraniano è sembrato il grande assente. Ma ora è tornato. In barba alle raccomandazioni della Suprema guida Alì Khamenei. Indifferente alla sordina impostagli da Alì Larijani, lo zelante capo del Consiglio di sicurezza nazionale responsabile di qualsiasi trattativa con il resto del mondo. L’ombra e il silenzio, del resto, non s’addicono a Mahmoud Ahmadinejad. Tantomeno mentre i suoi vecchi compagni pasdaran si coprono di gloria catturando ed esibendo in prigionia quindici malinconici marinai di Sua Maestà. E allora il presidente ritorna alla grande. Parte da quella «sporca quindicina» per ribadire la giusta causa dell’abbordaggio, della cattura e della detenzione dei marinai e dei marines di Sua Maestà britannica. Allude compiacente a una possibile soluzione in cambio di molta, generosa e sommessa remissione britannica. Rilancia di colpo scagliandosi contro le potenze occidentali in genere, ricordando il loro ineluttabile quanto infausto destino. Promette altre inattese novità nel campo nucleare. Si profonde in un’elegia del martirio suicida, lo definisce «un’arma infallibile » nella corsa della Repubblica islamica per la vittoria, elogia le capacità dei guerriglieri di Hezbollah, maestri nel sacrificio personale durante ogni fase della guerra contro il «piccolo Satana» israeliano.

«Le forze d'occupazione della Gran Bretagna si sono spinte nelle nostre acque e le nostre guardie di confine le hanno catturate dando prova di coraggio, competenza e generosità», attacca Ahmadinejad salendo sul palco eretto per lui a Mishdagh. In quella remota località della provincia del Khuzestan l’esercito iraniano sbaragliò, negli anni ’80, una delle grandi offensive dell’Irak di Saddam Hussein.

Il luogo scelto da Ahmadinejad per il ritorno sulla scelta della grande politica è doppiamente simbolico. Considerato la cassaforte dei giacimenti di petrolio il Khuzestan, regione al confine con l’Irak abitata al novanta per cento da popolazione di origine araba, è stato teatro negli ultimi anni di numerosi quanto misteriosi attacchi terroristici. Attacchi che Teheran ha regolarmente attribuito all’infiltrazione di forze addestrate e sponsorizzate da britannici e americani. Da lì Ahmadinejad invita Londra a scusarsi con la nazione iraniana anziché giocare alla nazione martire. Raccomandazione rivolta anche a tutte quelle arroganti potenze mondiali che continuano a «protestare e diffondere comunicati anziché fare il mea culpa». Qualcuno in quelle parole si sforza di leggere un invito ad abbassare i toni. Una velata raccomandazione rivolta al Foreign Office per far capire che solo una sommessa trattativa permetterà una soluzione diplomatica ed eviterà un imbarazzante processo pubblico ai prigionieri britannici. Ma cercare briciole di moderazione in quella valanga di accuse sembra veramente un esercizio certosino. Poi mentre la folla intona il rituale «Morte ai britannici », il presidente allarga il tiro. Ora nel mirino di quella verbosa mitraglia ci sono tutte le potenze internazionali «arroganti», complici della perfida Albione. «Tutte destinate - vaticina Ahmadinejad - a dissolversi come evanescenti bolle nell’acqua ».

La cittadina di Mishdagh, dove il compiaciuto presidente torna ad arringare le sue amate ed estasiate folle, non può del resto che evocargli visioni di storiche vittorie. Lì un ventennio e passa fa i «basiji», i volontari islamici senza divisa, armati talvolta solo di tanta fede e suicida ardore, impararono a stringersi al collo le chiavi del paradiso e a lanciarsicome inarrestabili ondate umane sui campiminati del nemico. Dietro quelle brigate pronte alla morte avanzarono e trionfarono i Guardiani della rivoluzione e i reparti dell’esercito. Lì a Mishdagh gli shahid, i martiri suicidi, gettarono le basi della moderna «guerra santa », aprirono la strada ai futuri militanti kamikaze di Hezbollah e di Hamas. E lì a Mishdagh il presidente Ahmadinejad li resuscita per reclutarli come corpo d’élite nelle future battaglie contro l’America e gli altri nemici occidentali.

«Il martirio suicida è un’arma invincibile» e l’Iran è in grado di reclutare «centinaia di militanti suicidi al giorno», assicura il presidente. E sa quel che dice.Dopo la sua elezione alcune associazioni collegate al corpo dei Pasdaran e ai circoli più radicali del paese hanno reclutato migliaia di giovani volontari pronti a trasformarsi in kamikaze nella lotta contro Stati Uniti e Israele. «Gli attentatori suicidi in questa terra ci hanno mostrato la via e hanno illuminato il nostro futuro », assicura Ahmadinejad. E con quelle parole ricorda implicitamente ai nemici americani che un’eventuale invasione dovrebbe fare i conti con legioni di kamikaze ancor più motivate e più pericolose di quelle già incontrate sull’impegnativo fronte iracheno.