Ahmadinejad sfida l’Onu, ma l’Iran non è con lui

La guida suprema Alì Khamenei vuole fermare il presidente: nuovi negoziatori sul nucleare e porte aperte all’Aiea. Ma il capo dello Stato può contare sui servizi segreti e sui pasdaran

Ora è scontro aperto. L’ayatollah Alì Khamenei, suprema autorità politico-religiosa della Repubblica islamica, s’è convinto. Quel presidente Mahmud Ahmadinejad, usato due anni fa per far piazza pulita di riformisti e conservatori moderati legati all’ex presidente Alì Rafsanjani, è un pericolo pubblico, un genio fuggito dalla lampada capace di regalare all’America il pretesto per colpire l’Iran e abbatterne il regime. Ma rimetterlo al suo posto non è facile. Ieri il presidente, già invitato a moderare i toni, ha nuovamente sparato a zero contro le sanzioni dell’Onu. «Quelle risoluzioni - strilla Ahmadinejad - sono lettera morta, dieci risoluzioni così non basteranno ad intaccare la nostra politica e la nostra economia, chi sostiene che ne subiamo il costo mente».
Le parole, pronunciate prima della presentazione al Parlamento della nuova legge finanziaria sembrano una risposta agli oltre 150 parlamentari che lo accusano di aver perso il controllo di un’economia dove inflazione e disoccupazione viaggiano intorno al 30 per cento. Il presidente rivendica, invece, il pieno controllo sui prezzi di gas, acqua ed elettricità e si vanta di aver realizzato la promessa ridistribuzione delle ricchezza del Paese. Per provarlo cita i quattro milioni e mezzo di cittadini indigenti entrati in possesso d’azioni e dividendi dall’industria di Stato, gli oltre diecimila chilometri di strade rimesse in sesto, il riammodernamento a spese dello Stato di oltre 200mila abitazioni nelle zone contadine.
Indifferente alla batosta subita dai suoi alleati nelle elezioni provinciali di dicembre, il presidente tenta insomma di rinverdire la sua immagine di paladino del popolo. In verità sa bene che la sua vera forza risiede altrove. I suoi veri alleati decisi a sostenerlo nell’imminente scontro con i vertici del regime sono i servizi segreti e i vertici di pasdaran e Basiji, le milizie detentrici del vero potere militare. Proprio ieri i capi dei pasdaran, espressione dell’ala più radicale del regime, hanno annunciato tre giorni di manovre per sperimentare quei missili Zalzal e Fajr5 forniti anche alle milizie di Hezbollah. Una conferma insomma di quella determinazione a fronteggiare un eventuale attacco già espressa da Ahmadinejad dopo le rivelazioni su un possibile piano israeliano per colpire con atomiche tattiche le installazioni nucleari. «Non penso oseranno attaccarci - aveva detto allora il presidente - non oseranno provare una mossa così stupida».
Quell’ipotesi turba, invece, i sonni della Suprema guida e degli altri «grandi vecchi», preoccupati da un tentativo americano di abbattere il regime e pronti, per evitarlo, a isolare l’irriducibile Ahmadinejad. Sul piano politico, religioso ed economico la forza è tutta nelle mani di Khamenei e della vecchia guardia. Il ritorno ai vertici dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, vincitore delle elezioni per l’Assemblea degli esperti e quindi demiurgo della successione alla Suprema guida in caso di morte di Khamenei, ha ribaltato la mappa del potere. Le due K più potenti del Paese sono pronte a far causa comune contro Ahmadinejad e le avanguardie radicali.
Il primo fronte del grande scontro è ovviamente il nucleare. Voci provenienti dai vertici della Repubblica islamica danno per imminente la cacciata degli elementi più radicali all’interno del gruppo negoziale responsabile delle trattative con l’Occidente sul nucleare. Al loro posto sarebbe pronta a subentrare una pattuglia di conservatori moderati guidati da Mohammad Moussavian, un proconsole di Rafsanjani già membro in passato del team negoziale. Il diplomatico ha già preannunciato il proprio ritorno due settimane fa ricordando, con una staffilata al presidente, che «è facile definire le sanzioni inutili pezzi di carta, ma è assai difficile, una volta finiti nel mirino del Consiglio di sicurezza, uscirne senza pagare un prezzo». I grandi vecchi sono particolarmente preoccupati dall’ultimatum di 60 giorni contenuto nelle sanzioni approvate lo scorso 23 dicembre. Quei due mesi entro cui decidere se bloccare le attività nucleari o fronteggiare sanzioni più severe rischiano di rivelarsi decisivi.
Secondo il gruppo dirigente riunito intorno a Khamenei, una mancata ripresa della trattativa rischia di giustificare la richiesta americana d’intervento armato. Moussavian ha il compito di evitarlo a tutti i costi, sottraendo la questione nucleare al controllo della presidenza e dei vertici militari. Subito dopo potrebbe presentare all’Europa una proposta con cui Teheran accetta di sottoporre il programma nucleare alle verifiche e ai controlli dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza.