Ahmadinejad sfida il mondo: «Produrremo il nostro uranio»

Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, continua a sfidare il mondo. L’ultima provocazione è l’ordine di arricchire ulteriormente l’uranio in barba alle trattative con la comunità internazionale. Un arricchimento al 20%: ancora troppo poco per un’arma nucleare, che ha bisogno almeno dell’80%. Abbastanza, però, per allarmare la comunità internazionale. L’ennesima sparata è arrivata ieri, seguita dal rilancio della distruzione di Israele da parte del grande ayatollah Ali Khamenei. La guida suprema del Paese è «molto ottimista sul futuro della Palestina» e crede «che Israele sia sulla strada del tramonto e del deterioramento. Ad Allah piacendo, la sua distruzione è imminente». Gli israeliani hanno già pronti i piani per bombardare l’Iran se gli ayatollah si faranno veramente l’atomica. «L’Iran procederà ad arricchire l’uranio per uso nucleare al 20%», ha annunciato Ahmadinejad in diretta televisiva. Il contestato presidente iraniano partecipava ieri a una fiera sulle nuove tecnologie laser. Al suo fianco c’era Ali Akbar Salehi, lo scienziato che guida l’agenzia atomica iraniana. Prima Ahmadinejad ha cominciato a lamentarsi delle grandi potenze, che a suo parere continuano a dilazionare l’accordo sull’arricchimento dell’uranio, che avrebbe dovuto avvenire in Russia. «Avevamo concesso due o tre mesi. Se non fossero stati d’accordo avremmo cominciato a fare da soli», ha sentenziato presidente. Poi si è rivolto verso lo scienziato nucleare ordinandogli: «Adesso, dottor Salehi, avviate la produzione di uranio al 20% con le nostre centrifughe».
La notizia è esplosa come una bomba sull’asfittico e arrancante negoziato sul nucleare. Poche ore dopo Salehi ha rivelato che la procedura di arricchimento inizierà martedì. Tenendo conto che è un’operazione non proprio immediata vuol dire che gli iraniani erano già pronti a rilanciare la sfida atomica.
La Russia si era offerta di prendere in carico l’uranio iraniano, arricchito a livelli ben più bassi e innocui attorno al 3,5%. Ci avrebbero pensato i russi a innalzarlo al 19,75%. Poi l'uranio degli ayatollah sarebbe finito in Francia per essere trasformato in barre di combustibile nucleare da consegnare a Teheran. Le barre servono ad alimentare un reattore nucleare che produce isotopi radioattivi impiegati nella cura del cancro in 200 ospedali iraniani. Un’operazione a fin di bene, che se eseguita da russi e francesi ha pure lo scopo di tenere sotto controllo la produzione iraniana. Gli accordi prevedevano che Teheran dovesse consegnare 1.200 dei 1.500 chilogrammi di uranio finora arricchito. Gli scienziati iraniani, con questo passaggio all’estero, non potrebbero arrivare alla bomba.
Solo 48 ore prima dell’ordine presidenziale, il ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, affermava che l’intesa sullo scambio fra uranio e combustibile nucleare era vicina. Il giorno dopo cominciava il gioco delle parti. Il presidente del Parlamento ed ex capo negoziatore sul nucleare, Ali Larijani, bollava come «un imbroglio» il piano della comunità internazionale. Domenica Ahmadinejad ha ordinato l’arricchimento a casa propria.
Il presidente iraniano ha preso per l’ennesima volta a sberle la comunità internazionale a pochi giorni dall’11 febbraio, l'anniversario della caduta dello scià nel 1979. L'Onda verde che contesta la sua elezione fin dal giugno scorso ha trasformato ogni ricorrenza pubblica in una manifestazione di protesta. Non a caso in questi giorni sono stati arrestati sette oppositori accusati di collaborare con Radio Farda. Un’emittente, finanziata dagli Stati Uniti, erede della mitica Radio free Europe, che trasmette in farsi dall’estero fino all’Iran. La solita dimostrazione muscolare di Ahmadinejad sul nucleare è rivolta anche all’opinione pubblica interna.
Secondo Londra, la decisione del presidente iraniano è «una deliberata infrazione delle cinque risoluzioni approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu» sul contenzioso nucleare. La Cina si oppone a spada tratta a nuove sanzioni, ma il segretario alla difesa americano, Robert Gates, in visita a Roma, è stato chiaro: «Se la comunità internazionale resta unita, siamo ancora in tempo perché le pressioni sull’Iran e le sanzioni abbiano l’effetto desiderato». Il più netto è stato il responsabile della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, che rivolgendosi all’Iran ha detto: «La pazienza è ormai agli sgoccioli».
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