Ai blues 240mila euro Azzurri, 10mila in più

Franco Ordine

nostro inviato a Berlino

Così si fa. Così si prepara una finale di coppa del mondo. Come fa questo burbero, tenero, irascibile Marcello Lippi, ct dell’Italia che riscalda i cuori di tutti noi e mette in un angolino la spazzatura di moggiopoli. In tasca un solo foglietto, il fogliettino con le esercitazioni per l’allenamento, e poi un discorsetto molto franco e brutale da fare a chiunque incroci sulla sua strada, da Duisburg a Berlino. Ai suoi cavalieri azzurri, riuniti sul prato di Meiderich, e poi in sala stampa ai giornalisti italiani e stranieri che lo aspettano al varco. «Andiamo a Berlino e abbiamo la possibilità di sederci intorno a una tavola bandita alla perfezione. Ecco, qui bisogna vedere chi ha più fame. Perché siamo alla pari in tutto o quasi. Siamo alla pari, con la Francia sulla tecnica, siamo alla pari con la Francia per i fuoriclasse a disposizione, siamo alla pari con la Francia in organizzazione tattica»: la parabola della tavola bandita è il suo messaggio rivolto al gruppo. Con l’aggiunta di un’altra precisazione che ha il sapore aspro di una brutale confessione. «Sarebbe un errore, un clamoroso errore, preparare questa finale, con quello strisciante discorsetto che sento in giro: comunque vada, abbiamo fatto un buon lavoro, comunque vada, abbiamo fatto un buon mondiale. No, non ci sto. Comunque vada un bel niente. Dovesse andare male, sarei incazzato come una bestia. E non avrei certo voglia di festeggiare alcunché»: così si cancella dall’ordine del giorno della finale un argomento che può trasformarsi in una debolezza inconscia.
Così si prepara una finale. Con queste riflessioni ad alta voce che possono ingigantire il coraggio e la convinzione collettiva. «Vediamo cosa hanno combinato, a livello di nazionali, Italia e Francia. Una è diventata campione del mondo, e campione d’Europa, la nostra non è mai arrivata neanche vicina a questi due traguardi. Questa è l’occasione che ti capita una volta nella vita» continua a ripetere Marcellone Lippi, tutto concentrato su un solo obiettivo, su una sola opportunità, su una sola eventualità, su un solo risultato, una sorta di dolce mania. È la tecnica per evitare di finire nella trappola di una polemica di plastica. Magari con Michel Platini e quelle sue battute del giorno prima, «ci batterete nel 2030», «avete il complesso di Rotterdam». «Avrai la pazienza di aspettare?» gli chiedono e il ct prende le distanze dalle schermaglie, di solito sono affari di cortile e una finale di coppa del mondo non può essere ridotta a un duello rusticano con Platini. «Non ho la pazienza di aspettare tanto ma rispetto le sue opinioni, dobbiamo cominciare a sfruttare le occasioni utili, ci proveremo subito» è la sincera posizione di Lippi.
Non riesce a distrarlo Platini, figurarsi se può turbarlo la patacca proveniente da Manchester di un improbabile viaggio in Inghilterra per raccogliere il bastone di comando di Ferguson. «Guardi - dice rivolto al cronista inglese - non conosco una sola parola d’inglese, non è assolutamente vero niente. E se vuole saperla tutta, tra 20 giorni può venirmi a trovare, sarò in mezzo al mare». Più chiaro di così non si può. Niente Manchester ma via dalla nazionale è sicuro. Con una possibilità, clamorosa, di ritornare in corsa per la Juventus, questo l’unico scenario probabile nei prossimi giorni, dopo Berlino.
Una finale si prepara così. Inchinandosi dinanzi al ricordo dell’ultima impresa firmata da Bearzot, ringraziato pubblicamente per l’incoraggiamento continuo, per quell’incontro avvenuto a Milano, dieci giorni prima di volare verso la Germania e dal quale Lippi riuscì a trarre anche qualche piacevole sensazione. «Ci è stato molto vicino, da quell’incontro ho tratto grande convinzione» le sue parole, sono le uniche concessioni al privato e ai piani strategici di oggi. Zero anticipazioni sullo schieramento, zero previsioni sulla sfida, zero su tutta la linea. Perché il tecnico è così. Con una sola eccezione, a proposito di Zidane e della marcatura speciale invocata da qualche parte. «L’attenzione nei suoi confronti non è mai eccessiva a patto di non trascurare gli altri e a patto di non snaturare le caratteristiche tecniche della propria squadra» è il suo dogma. Che tradotto vuol dire più o meno così: giocheremo come sappiamo, senza dare a Gattuso incarichi eccessivi.
Sono pronti, lui e la sua Italia di acciaio, alla partita del destino e alla resa dei conti. «Siamo pronti anche ai supplementari e ai rigori» scolpisce il ct. «I francesi sono pronti a morire? Mi pare esagerato» ribatte sereno. Non gli garbano molto, scriviamolo alla toscana, questi truci riferimenti. Gli basta, molto semplicemente, che i suoi abbiano voglia di mangiare «quella torta» sistemata sulla tavola di Berlino. Perché è forse solo una questione di fame. E di fama imperitura.